Per chiunque si avvicini al continente africano, leggerne i lavori dei suoi importanti romanzieri è un must. I romanzi sono infatti una chiave preziosa per inquadrare dinamiche culturali e sociali difficili da spiegare altrimenti.

Un bel romanzo africano, peraltro, è anche un’ottima idea-regalo natalizia!

Ecco qui cinque opere di scrittori africani contemporanei.

Aspettiamo i tuoi consigli nei commenti sotto il post! 

Americanah

Con Chimamanda Ngozi Adichie (Enugu 🇳🇬 1977) si va sempre sul sicuro. Tra le più brillanti e apprezzate voci africane contemporeanee, è diretta erede della scuola di romanzieri Igbo (gli sconfitti nella guerra civile del Biafra) al punto da essere definita:

la figlia del ventunesimo secolo di Chinua Achebe.

Raccontanto il contemporaneo con un realismo simile a quello del romanzo europeo dell’800, Chimamanda compie una precisa scelta di campo: vuole restitiuire agli africani l’orgoglio di un’appartenenza e di un’identità.

Il suo è uno sguardo “diverso” che mette in luce le contraddizioni dell’Occidente.

Americanah” si apre con un ritorno: Ifemelu, la protagonista (con forti tratti autobiografici) che vive da anni negli USA, decide di ritornare a Lagos per riprendere il filo della storia con Obinze, il ragazzo amato e poi d’improvviso abbandonato. La Nigeria è il paese da cui Ifemelu è partita, come tanti altri giovani universitari. L’arrivo negli Stati Uniti era stato un trauma. Ifemelu aveva scoperto di essere nera. In Nigeria non aveva mai fatto caso al colore della pelle.

Scopre che in Occidente l’ostilità nei confronti del diverso passa attraverso dei dettagli apparentemente ininfluenti, ma in realtà estremamente significativi. Così l’acconciatura dei capelli per Ifemelu diventa la “perfetta metafora” della questione della razza in America.

L’estetica del “white racism” impone che la norma del bello sia commisurata ai canoni della “white beauty”: i capelli lisci e chiari sono infatti un segno di competenza e ordine; per essere presentabile, il capello afro va dunque sottoposto a sfibranti trattamenti a base di lisciante.

La struttura è quella del romanzo di formazione che però si contamina con le forme dell’autobiografia e del saggismo, accogliendo al suo interno post del blog di Ifemelu, lettere, pagine di diario, documenti. La storia si snoda in una alternanza di tempi e di luoghi, continuamente inframmezzata dai flashback, pedinando il filo aggrovigliato delle vite dei due protagonisti.

Affronta temi come l’amore, l’abbandono, il razzismo, l’afropolitanismo (incontro di culture e tradizioni africane con altre culture) e la perdita d’identità che si consuma nel tentativo di avvicinarsi ad una cultura diversa da quella d’origine, messa spesso a tacere.

Proprio a questo fenomeno si riferisce il termine che fa da titolo al romanzo, usato in Nigeria per riferirsi a chi cerca di cambiare la propria identità per assomigliare agli americani.

Domani avrò vent’anni

Alain Mabanckou II (Pointe-Noire, 🇨🇬 1966) è cresciuto nella caotica capitale economica del Congo Brazzaville. Figlio unico di una madre a cui dedica ogni sua opera, nel 1989 vince una borsa di studio per Parigi dove completa gli studi in Diritto.

Proprio a Parigi si ferma oltre dieci anni, assaporando il clima multietnico delle banlieue, dove culture diverse si incontrano e scontrano, creando quel mix fertile che riaffiora nei suoi romanzi. Ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti, non ultimo il titolo di Cavaliere della Legion d’onore francese.

Oggi insegna letteratura francofona alla UCLA di Los Angeles dove è soprannominato “Mabancool” a causa del suo stile elegante.

Domani avrò vent’anni” (edito in Italia da 66thand2nd Editore) è ambientato proprio a Pointe-Noire negli anni ’70.

Michel ha dieci anni ed è un bambino turbolento e sognatore. Il suo mondo è popolato di personaggi coloratissimi che lo accompagneranno nel lungo cammino per diventare uomo: c’è Lounès, l’amico del cuore; Caroline, la spigliata sorella di Lounès e fidanzata di Michel; René, ricco e temutissimo zio, comunista per comodità e opportunista per vocazione; e poi il padre di Michel, Roger, conoscitore di tutti i segreti della politica locale e della geopolitica globale. Infine Pauline, l’amatissima madre, con i suoi vestiti color arancio brillante.

La famiglia ascolta radiogiornali in lingua francese che portano nella vita del bambino avvenimenti che hanno segnato la storia africana ed europea.

Un umorismo trascinante, spesso malinconico e commovente, che aiuta a capire come i figli imparano dai genitori, e come le conoscenze/curiosità di questi ultimi influenzano quello che diventeranno.

La signora della porta accanto

Yewande Omotoso (Barbados 🇧🇧 1980) si definisce “il prodotto di tre nazioni”: le Barbados (terra di origine della madre, dove è nata), la Nigeria (Paese del padre, dove ha trascorso l’infanzia) e il Sudafrica (dove si è trasferita a 12 anni, seguendo la carriera del padre, professore universitario).

Architetto e designer, residente a Johannesburg, la sua prima opera “Bom Boy” vince nel 2011 il South African Literary Award per la migliore opera d’esordio.

La signora della porta accanto” (2016, edito da 66thand2nd Editore) è ambientato in un quartiere residenziale di Cape Town. Le protagoniste sono due anziane vicine di casa, entrambi vedove ultra-ottantenni.

Marion è originaria della Lituania, architetto, in una pessima situazione finanziaria nonostante i privilegi goduti durante l’apartheid.

Hortensia, fashion designer, è stata la prima nera a stabilirsi nel quartiere. Fiera delle sue origini nigeriane, usa qualsiasi espediente per ricordare alla vicina l’ipocrisia che ancora regna nel Paese.

Invidie, diffidenza e ostilità strisciante non impediscono che, a seguito di un incidente, le due vecchiette siano costrette a convivere. Un’esperienza che, dopo il disagio iniziale, le vedrà accomunate dall’ammettere errori e fallimenti esistenziali.

“Il muro è ciò che li separa ma anche quel che permette loro di comunicare” è la citazione di Simone Weil posta come epigrafe di un romanzo che riflette tanto sul razzismo quanto sulla condizione della donna.

Aspettando il voto delle bestie selvagge

Ahmadou Kourouma (Boundiali 🇨🇮 1927) nasce in Costa d’Avorio da una famiglia di nobiltà Malinke, studia a Bamako, partecipa alla campagna francese in Indocina e successivamente si laurea in matematica a Lione.

Scrittore poco prolifico ma dalla satira tagliente, viene prima arrestato e poi costretto all’esilio dal primo presidente ivoriano Houphouët-Boigny.

Il suo stile mischia il realismo del romanzo europeo con il lato magico-misterioso delle modalità espressive delle tradizioni orali saheliane.

Scomparso nel 2003, è annoverato tra gli scrittori africani di maggior successo.

Aspettando il voto delle bestie selvagge” è la storia romanzata di tanti (troppi) leader post-indipendenze. Personaggi stravaganti, eredi della formazione militare dell’esercito coloniale e della degenerazione utilitaristica di credenze e pratiche occultistiche.

Kourouma descrive, con ironia e sarcasmo, la storia del ‘900 africano evidenziando come le responsabilità delle catastrofi post-coloniali siano da cercare su più livelli: politici, militari, missionari, capi tradizionali e contadini.

In un vortice di amuleti portafortuna, rituali magici, sangue, Mercedes Benz, capanne di fango, uomini-pantera e mafie internazionali spicca il ruolo della madre del tiranno, una sorta di maga/Parca che manovra la tragi-commedia del figlio.

“I non iniziati, per ignoranza, dubiteranno di questa versione dei fatti. E’, ovviamente, una spiegazione infantile, da bianco che ha bisogno di razionalità per capire.”

Non dimenticare chi sei

Yaa Gyasi (Mampong 🇬🇭 1989) è figlia di un professore all’Università dell’Alabama. A soli due anni segue il trasferimento dei genitori negli USA.

Bambina introversa, racconta che aveva nei libri i suoi “amici più cari”. A 17 anni decide che sarebbe diventata una scrittrice.

Dopo una laurea in lingua e letteratura inglese a Stanford e un master in scrittura creativa, esordisce nel 2015 con “Homegoing” (tradotto/tradito con “Non dimenticare chi sei”), ispirato al primo viaggio in Ghana compiuto sei anni prima dall’autrice.

Attraversando le generazioni, il romanzo ripercorre tre guerre: quella civile americana, quella tra Ashanti e Fanti, e quella d’indipendenza degli Ashanti contro gli inglesi.

La trama si svolge intorno alle orrende vicende che hanno avvicinato le Americhe all’Africa, Harlem ad Accra e Kumasi: la tratta transatlantica degli schiavi.

Effia e Esi sono sorellastre che crescono in due villaggi diversi, la prima con i Fanti e la seconda con gli Ashanti, senza sapere l’una dell’altra. Il loro futuro sarà segnato nel caso di Effia dal matrimonio con il governatore coloniale inglese (che farà sì che suo figlio studi in Inghilterra), nel caso di Esi dall’aver provato compassione nei confronti della schiava di casa, finendo per perdere essa stessa la libertà.

Al di là della trama, è un libro interessante perchè riflette su come venga costruita la “verità storica” e sulle difficoltà che ancora bloccano il pieno potenziale del continente e delle sue diaspore.

L’autrice riflette su come siano solo:

cambiate le modalità, dai ceppi di ferro fissati a polsi e caviglie a pastoie di ben altro tipo, condizionamenti psicologici che attanagliano la mente

aprendo squarci sulle difficoltà vissute dai ragazzi cresciuti in famiglie africane in Occidente, spesso visti come stranieri in entrambi i contesti.

Uno dei nodi del romanzo è la ricerca della propria identità e della sua necessaria messa in crisi. L’altro è quello della diffidenza scaturita dall’incontro violento Europa-Africa, che ha lasciato profonde tracce nel quotidiano. Un proverbio Twi dice che “il sorriso di un uomo bianco non promette mai nulla di buono” e si raccontano leggende in cui sono uomini bianchi a cuocere a fuoco lento gli uomini e le donne nere che catturano.

Oltre due secoli e sedici generazioni dopo, dopo momenti epici e dolorisi, si intuisce che la Storia non è materia inerte, ma ha bisogno costante di essere riscritta. Il viaggio di Gyasi in Ghana prende le mosse dal non accontentarsi della versione coloniale della “sua” storia che le era stata fornita fino a quel momento, dalla istintiva comprensione che “le cicatrici sono ereditarie e la sua gente le porta ancora addosso”.

Noi siamo portati a credere a coloro che in quel momento detengono il potere. Sono loro che mettono la storia nero su bianco. Ecco perché, quando studiate Storia a scuola, dovete sempre chiedervi quale racconto vi state perdendo, quale voce è stata soppressa a discapito dell’altra. Quando l’avrete capito, dovete poi scoprire anche come sono andate le cose. Solo allora comincerete a avere un quadro più chiaro della situazione, benché imperfetto.

 

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