Tutti ritengono l’Africa il continente più povero del mondo.

Non è falso se ci limitiamo al PIL pro capite, in molti Paesi africani sotto i 1.000$/anno.

Un dato di fatto che emerge, impietoso, dalle ricerche delle persone:

Scavando più a fondo…

Se sei un imprenditore o un professionista conosci il valore della curiosità.

Ti invito quindi a fare un passo in più, rendendoti conto della potenziale ricchezza di questo continente in termini di:

  • risorse: si stima che contenga oltre il 65% delle riserve di materie prime globali (petrolio, oro, diamanti, rame, ferro, uranio, bauxite, terre rare, ecc.)
  • acqua e terra coltivabile: circa 39 milioni di ettari di potenziali terreni agricoli (senza considerare le foreste), di cui oggi solo il 25% è coltivato e il 5% irrigato.
  • un patrimonio culturale e naturale incredibilmente vasto.

L’Africa è povera anche a causa della sua inclusione asimmetrica nelle catene del valore globali.

Semplificando al massimo, l’Africa non è isolata dall’economia del resto del mondo.

Ma è stata rimasta incastrata nella parte meno conveniente:

fornitrice di commodities per altri che le trasformano in prodotti finiti dal più elevato valore aggiunto.

Per fare un esempio, l’industria globale del cioccolato vale 130 miliardi di dollari. Ma il Ghana (secondo produttore al mondo di fave di cacao) lo esporta quasi tutto grezzo ricavandoci meno di due miliardi, in una filiera funestata dal lavoro minorile, da danni ambientali e dalla precaria sicurezza alimentare del prodotto.

Un vero scandalo, a cui si somma l’ipocrisia della restituzione di qualche briciola sotto forma di “aiuti allo sviluppo” che sono, di fatto, prebende per classi politiche compiacenti e corrotte.

Ma il vento sta cambiando

L’andazzo, da diverso tempo, sta cambiando per almeno quattro enormi fattori di cui ho spesso parlato su questo blog:

  1. la crescita demografica del continente (raddoppio della popolazione al 2050)
  2. la maggiore connessione al Web, con la conseguente maggior diffusione delle informazioni
  3. l’irrobustirsi di una borghesia imprenditoriale locale, sempre più in grado di influenzare la politica anzichè esserne dipendenti
  4. il moltiplicarsi degli attori geopolitici (Cina, Russia, India, Turchia, attori regionali come il Marocco) che aumentano le opzioni per le controparti locali.

La diretta conseguenza di queste grandi forze è il trend “Made in Africa” che continua a prendere vigore.

Una direzione stimolata, peraltro, dall’entrata in vigore di AfCFTA, l’Accordo Continentale Africano di Libero Scambio.

Se ci fai caso, sono ormai quotidiane le notizie di nuovi impianti di trasformazione in ogni prodotto di quasi ogni Paese africano. Così come il graduale riconoscimento del valore degli elementi immateriali delle culture africane, finora incompresi, sottaciuti o saccheggiati.

Non limitarti al passato (o finirai male)

Di fronte a questo scenario, puoi far finta di niente e andare avanti a pensare e lavorare come decenni fa.

Il punto è che rischi di finire “asfaltato” dalla Storia. Che ormai gira in un’altra direzione.

In alternativa puoi allineare le tue competenze professionali, la tua azienda, i tuoi interessi a quelli delle controparti africane.

Che significa, come ricordo spesso su questo blog, mettere al centro la creazione di valore anzichè il saccheggio o la vendita mordi e fuggi.

La saggezza popolare ammonisce:

gli affari si fanno in due.

In questo senso, generalizzando al massimo, l’Occidente ha fatto ben pochi “affari” in Africa, limitandosi a intortare le controparti locali scappando, non senza importanti sensi di colpa, con la cassa.

Ma la quantità di ricchezza che si potrebbe generare, per entrambe le parti, è infinitamente superiore a questo assetto subottimale e disumanizzante.

Da dove partire?

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  1. Chi sono e cosa faccio
  2. Cosa posso darvi
  3. Cosa cerco, come potete aiutarmi

Nella foto in alto, il terzo più grande diamante della storia (1.098 carati) scoperto pochi giorni fa in Botswana.