Siamo alla vigilia di una grande trasformazione guidata dalla tecnologia Blockchain, un database peer-to-peer in grado di rendere le informazioni inalterabili e sicure senza bisogno di autorità centrali.

Una sorta di libro contabile incorruttibile, Blockchain registra tutte le transazioni che vengono approvate solo dopo l’approvazione del resto della rete. Nato come registro per le transazioni in Bitcoin, di fatto è un sistema di verifica aperto che “automatizza” la fiducia necessaria per trasferire qualsiasi scambio di informazione.

Nei contesti africani, caratterizzati da istituzioni deboli e inefficaci, potrebbe introdurre svolte epocali in svariati campi tra cui:

  • registrare identità anagrafiche univoche
  • esplicitare i diritti di proprietà
  • ridurre i rischi di inadempienza contrattuale
  • aumentare la base contributiva oggi “informale”
  • tracciare le materie prime

Blockchain e mercati emergenti: un dibattito aperto

Il dibattito, come sempre, si è spaccato tra avanguardisti e scettici.

I primi vedono blockchain come l’ennesimo fronte dove l’Africa potrebbe fare leapfrogging, adottandola senza passare dalle tappe intermedie. Nulla di diverso da quanto è già successo con i cellulari (che hanno superato i telefoni fissi, mai davvero diffusi nel continente) e il mobile money (che ha surclassato le banche in numerosi Paesi).

Tedd George, capo della ricerca della togolese Ecobank, ritiene blockchain una tecnologia:

che sembra fatta su misura per risolvere le sfide sociali, economiche e politiche del continente africano.

Ronald Nyakahuma, imprenditore e blogger ugandese, sostiene che blockchain ha il potere di:

portarci dall’era dell’informazione nell’era del valore, oltre a Facebook e Google. Dove gli scambi tra esseri umani creano un impatto sociale significativo. Rimuovendo i poteri di pochi per ridarli al pubblico.

I secondi sono invece preoccupati che la spasmodica attenzione riservata a blockchain distolga risorse da problemi più urgenti risolvibili con tecnologie più stabili.

Un white paper del World Economic Forum sostiene ad esempio che:

fissarsi su blockchain spreca risorse in esperimenti inutili, rallentando lo sviluppo di soluzioni per i problemi più semplici. Considerando la fase ancora iniziale di questa tecnologia, concentrarsi su blockchain senza considerarne i costi e l’ambiente normativo può essere dannoso.

I critici evidenziano anche il costo energetico necessario per l’attività di mining delle criptovalute, che ne rende ancora fantascientifico un diffuso utilizzo in un’Africa per due terzi senza elettricità.

Insomma, da una parte è indubbio che blockchain rappresenti anche un’opportunità per un continente giovane e dinamico come l’Africa. Dove gli alti costi di transazione attuali non sono dovuti solo alla corruzione degli intermediari quanto all’assenza di efficaci sistemi di controllo e deterrenza (che blockchain introdurrebbe).

Dall’altra bisogna fare attenzione al rischio di acritico entusiasmo verso questa nuova tecnologia. Nel breve periodo, infatti, è impossibile pensare ad una società basata soltanto su blockchain.

Crypto startup africane

Come sempre mentre gli esperti dibattono, gli imprenditori agiscono. In questi anni sono nate numerose nuove aziende africane che puntano a risolvere problemi grazie a soluzioni basate su blockchain. Per esempio:

  • Twiga Foods (Kenya) connette gli agricoltori con i venditori nei centri urbani, facilitando partnership durature tra le parti, assicurando il pagamento dei produttori in tempi rapidi e certi. Insieme a IBM ha lanciato un programma di microcredito per aumentare il giro d’affari dei suoi clienti;
  • BitLand (Ghana) rende immutabile il processo di registrazione degli appezzamenti fondiari;
  • BitPesa (Kenya) piattaforma di pagamenti online, consente transazioni in criptovalute con un focus sul segmento B2B. A febbraio 2018 ha acquisito TransferZero, azienda spagnola di money transfer;
  • Wala (Sudafrica) che propone soluzioni crypto per combattere l’alto costo delle rimesse in/verso l’Africa
  • NairaEX (Nigeria), Luno (UK-Sudafrica) e Golix (Zimbabwe) tra i principali exchange di criptovalute del continente. Proprio in Zimbabwe, a causa della carenza di valuta straniera e dei fenomeni di iperinflazione, Bitcoin ha raggiunto nel 2017 quotazioni record a livello globale.

Sono sorte piattaforme d’informazione dedicate come BitcoinAfrica.io e una società di consulenza/incubatore, BitHub Africa, con sede a Nairobi:

Immancabili infine gli eventi dedicati, a partire dalla Blockchain Africa Conference a Johannesburg proseguendo con numerose altre conferenze ai quattro angoli del continente:

Un futuro disintermediato e mobile

Insomma, man mano che la tecnologia consente di “tagliar fuori” intermediari, ogni settore economico sembra destinato a seguire modelli peer-to-peer dove le transazioni avvengono senza strutture centralizzate.

Blockchain potrebbe così diventare una sorta di “tecnologia di scopo generale“, ovvero utilizzata orizzontalmente proprio com’è oggi la corrente elettrica o internet inglobando non solo il mondo del business ma anche la politica.

Se c’è un dato certo è che l’innovazione africana continuerà a fare leva sulla tecnologia mobileSi stima che la penetrazione degli smartphone in Africa oltrepasserà il 50% entro il 2020 arrivando al 67% nel 2025: circa 900 milioni di persone connesse. Un terreno fertile anche per diffondere soluzioni basate su blockchain.

Ricordiamoci tuttavia che capacità tecnica non si traduce automaticamente in adozione massiccia di un’innovazione tecnologica: le istituzioni e le autorità, per natura riluttanti a modificare lo status quo, possono infatti ostacolarne la diffusione in maniera non indifferente.

La progressiva decentralizzazione del processo decisionale e l’esclusione di intermediari corrotti (o corruttibili) sono comunque risultati plausibili grazie a blockchain. Le startup giocano in questo campo un ruolo fondamentale, mettendo pressione su governi e corporation per far evolvere strutture e procedure obsolete.

Ma una vera transizione sarà possibile solo con investimenti cospicui in educazione per combattere l’analfabetismo (ancora oggi il 22% dei bambini in Africa Sub-Sahariana non frequenta la scuola primaria) e il conseguente digital divide.

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