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7 sguardi per cambiare punto di vista sull’Africa

parlare di africa

Dopo il dibattito suscitato da questo post ho pensato di proseguire nella riflessione chiedendo il contributo di sette persone che, per differenti motivi, hanno una lunga esperienza nel continente.  L’obiettivo è quello di cercare insieme una comune prospettiva per una nuova narrativa più adeguata alle sfide di oggi (e domani).

Le idee sono state numerose e ho voluto tenere le vive voci di tutti. Le opinioni sono espresse dagli ospiti in forma personale.

Il primo intervento, in ordine alfabetico ma anche di ampiezza, è di Fulvio Beltrami, giornalista di base a Kampala da dove segue l’attualità dei Grandi Laghi con fonti locali per l’Indro e Reteluna.

L’informazione sull’Africa presenta in Italia un panorama assai deludente. Fino agli anni ’90 era assicurata da due fonti: gli inviati esteri delle principali testate e il mondo missionario. I primi garantivano copertura professionale dei grandi temi, i secondi un flusso costante di notizie dirette.

Negli anni i primi hanno smesso di inviare professionisti all’estero. Una decisione presa per tagliare drasticamente i costi. Di colpo grandi firme, come Massimo Alberizzi, dovettero agire autonomamente aprendo siti personali, cercare fondi o proporsi a testate straniere.

Contemporaneamente l’informazione cattolica ha subito una lenta ma costante involuzione, dettata a mio modo di vedere da giochi di potere interni. Nigrizia è stata ridimensionata in quanto considerata troppo “di sinistra” per le sue dettagliate denunce contro le dittature africane e malaffari italiani in Africa. Testate come Mondo e Missione si sono rinchiuse un po’ su sé stesse. MISNA, vera e propria agenzia di stampa, si prestò a veicolare quella che ritengo propaganda ideologica (es. “pericolo tutsi”) come asettica informazione. Questo e altre scelte, a mio vedere errate, originarono un declino dell’audience.

Una decina di anni fa sono comparsi giornalisti italiani freelance che abitano o frequentano spesso l’Africa tra i quali ricordo Andrea Spinelli Barrile. Costoro hanno in comune uno spasmodico amore per il continente e un background culturale di sinistra. Approfittando del vuoto si sono fatti spazio come alternativa ad un’informazione insufficiente. I freelance “fuori dal coro” continuano ad essere ostacolati dall’establishment mediatico e, a volte, dallo stesso governo. Soprattutto quando indagano sui misteri italiani in Africa. Un esempio? Il recente arresto di due inviati di Report in Congo Brazzaville per incontrare un testimone chiave delle tangenti ENI in Nigeria. Alcuni di loro, come Ludovica Iaccino, hanno preferito rivolgersi ai media internazionali divenendo in poco tempo delle colonne informative sull’Africa.

I principali media italiani hanno sostituito gli inviati speciali (veri e propri professionisti) con un esercito di giovani mal pagati e con scarsa formazione che operano dall’Italia. Questi si limitano a tradurre i lanci delle agenzie internazionali (Reuters, ANSA, AFP) riportando notizie africane senza indagini né conoscenza dei contesti. Il risultato è stato catastrofico.

Il lento declino della stampa cattolica ha avuto un’escalation con la chiusura di MISNA nel 2015. Posso arrivare ad ipotizzare che sia collegata con la sostituzione della vecchia politica “etnica” con un nuovo corso a favore delle integrazioni regionali. L’epilogo di questo nuovo corso è stato evidenziato dallo storico incontro di Francesco con Kagame in marzo, che ha rivoluzionato la politica estera del Vaticano nei Grandi Laghi.

Kagame era sempre stato considerato come il nemico numero uno della regione e subdolamente così rappresentato da MISNA. Contemporaneamente la Chiesa offriva supporto ideologico alle forze reazionarie, le stesse che avevano ordito l’ultimo Olocausto del ‘900. L’incontro, oltre a chiarire le passate responsabilità, sancisce una rivoluzione copernicana dei rapporti tra Vaticano e Africa a favore di forze progressiste. Al momento attuale è ancora presto per comprendere l’evoluzione dell’informazione cattolica sull’Africa e la nuova politica dettata da Francesco. Verranno rivitalizzate le tradizionali testate tematiche supportate da un nuovo taglio informativo? Ne verranno create delle nuove? Difficile fare pronostici ma un dato è certo: la nuova politica della Chiesa in Africa necessita di un supporto informativo adeguato.

Nel 2017 l’Italia si trova ad un bivio storico. Causa miopi scelte politiche rischia di essere esclusa dai mercati africani emergenti. Altri paesi asiatici e occidentali hanno compreso le potenzialità del Continente dieci anni fa e hanno modellato la loro politica e la loro informazione sulle nuove necessità economiche internazionali. Questo cambiamento non è ancora avvenuto in Italia. Mentre l’informazione insiste sulla falsa emergenza dei clandestini africani, non riesce a promuovere realtà africane diverse. Per il grande pubblico italiano l’Africa rimane la terra di guerre civili, scontri etnici, povertà e carestie. Una immagine che non corrisponde più alla realtà. Solo il 14% degli stati africani soffre ancora di instabilità politica e sociale o di guerre a bassa intensità. Solo il 4% degli stati africani sono affetti da carestia.

Le problematiche attuali in Africa sono strettamente collegate allo sviluppo: giustizia sociale, lotta di classe, rafforzamento della democrazia, diritti delle minoranze, impatto ambientale, integrazione regionale e continentale. Questi sono i temi realmente importanti per una reale comprensione di un Continente in rapida crescita economica e tumultuosi cambiamenti socio-politici.

Questa lacuna informativa penalizza in primis gli imprenditori italiani. Spesso mal informati e con difficoltà ad accedere alla informazione straniera causa il persistente gap linguistico che regna ancora nel nostro Paese, non riescono a comprendere i nuovi contesti africani e le reali opportunità di investimento. Questo si traduce, nello spietato mondo economico, in un’esclusione da questi mercati che tra meno di un decennio sarà quasi impossibile da recuperare.

Passo ora la parola ad una voce emblematica delle diaspore africane in Italia: Cleophas Adrien Dioma, presidente dell’associazione Le Reseau che, dal 2002, organizza il festival Ottobre Africano. Di origine burkinabè, è il coordinatore del gruppo “Migrazioni e sviluppo” del Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo. Da quest’anno organizza anche l’Italia Africa Business Week.  

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In primo luogo bisogna riconoscere l’Africa come continente alla stessa stregua degli altri; quindi con una sua storia fatta anche di grandi imperi, di personaggi che hanno lottato per i diritti civili. Nell’immaginario collettivo questo elemento è totalmente assente in Africa. Un continente con le sue ricchezze naturali, culturali, con il suo “olocausto”, la schiavitù, che ha di fatto piantato un seme ovunque nel mondo.

E questo lo si può fare, a mio avviso, solo coinvolgendo nella narrazione gli Africani. Ci sono giornalisti, storici, filosofi ed altri intellettuali africani che possono essere inserire nei media e contribuire a una comunicazione più equilibrata.

In secondo luogo, è necessario conoscere l’Africa da vicino e viverne la vera essenza. Quindi, così come avviene per altre parti del mondo, aprire delle sedi delle maggiori testate nei principali paesi dell’Africa. Da notare che parlo di paesi dell’Africa non dell’Africa come paese! Questo è uno degli elementi da modificare nella narrazione dell’Africa in quanto spesso, in Italia, si parla di un unico paese anziché di un continente di ben 54 nazioni.

Terzo, bisogna abbattere gli stereotipi partendo dal porsi delle domande: come mai il continente più ricco del mondo ha la popolazione più povere? Chi trae il maggior beneficio da tanta ricchezza ed in che modo possiamo, ognuno nel proprio ambito e secondo le proprie possibilità, apportare delle correzioni e favorire la crescita della popolazione. L’Africa ha tutto, e, con le sue risorse, è al servizio di tutto il mondo… eppure, gli Africani hanno poco, quasi niente; come mai?

Infine è necessario dar voce a tutte quelle realtà socio-economiche e culturali che permetterebbero al grande pubblico di uscire dall’immagine degli Africani povera gente ed ignorante. La stampa dovrebbe andare alla ricerca di personaggi africani di rilievo che vivono o transitano in Italia (dai presidenti, ai ministri, scrittori e intellettuali che altrove hanno addirittura cattedre universitarie, artisti, uomini e donne d’affari). Non sarebbe difficile richiedergli un’intervista o comunque di parlare di loro proprio come avviene per analoghi personaggi degli altri continenti!

Con grande piacere ospito Ludovica Iaccino, giornalista specializzata in Africa e Medio Oriente per Newsweek. È stata reporter dal Ruanda, Senegal, Etiopia e Malawi. È anche fotogiornalista collaborando con EcoAfrica e Words in the Bucket.

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A mio parere servono analisi più approfondite sulle dinamiche che portano alla migrazione, per esempio cosa causa i conflitti in un determinato paese, quali sono i fattori storici da tenere in considerazione (dalla colonizzazione in poi). C’è bisogno di promuovere anche storie positive, di sviluppo o di come i governi si stanno adoperando per limitare i danni della siccità. O ancora successi nelle attività di deradicalizzazione dei giovani.

Il quarto intervento arriva dal Canada, dove vive Moses Mutabaruka. Di origine ruandese, è il fondatore e direttore di The African Perspective (TAP), un bel magazine (di cui vi invito a seguire la versione online) che ha lo scopo di cambiare l’immagine monodimensionale dell’Africa a livello globale.

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Dobbiamo fare due cose. La prima, raccontare storie complete sull’Africa e non fermarci alla vecchia e noiosa narrative della povertà, guerra, corruzione e dittatori. Tutte queste cose sono presenti in Occidente, in Medio Oriente e in Asia ma per qualche ragione sono diventate sinonimo solo dell’Africa.

La seconda, controllare le fonti! Informarsi solo tramite organizzazioni che sono attive da decenni significa limitarsi ad una sola, vecchia, narrativa. Il mio consiglio è quindi di seguire e supportare nuovi media fondati o focalizzati sugli africani che raccontino storie ricche di sfumature, esperienza, pongano domande più che risposte e ci facciano imparare qualcosa. Un punto chiave, infine, è prenotare un viaggio di persona in Africa. Per andare alle fonti e fare esperienza diretta dell’Africa!

Sono onorato di ospitare qui anche Simone Santi, Console onorario del Mozambico in Italia. Fondatore e AD di Leonardo Business Consulting, assiste le imprese in processi di internazionalizzazione nei mercati emergenti con un focus particolare sull’Africa Meridionale e Occidentale. È delegato per la Piccola Impresa in Assafrica & Mediterraneo.

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Penso che le barriere culturali siamo siano tre:

  1. le notizie negative sull’Africa sono molto più popolari e hanno molta più visibilità di quelle positive. Molti sono gli interessi: aiutano a fare fundraising per progetti di aiuto, alimentano un sistema che talvolta specula sulle problematiche, le persone amano rimanere legate agli stereotipi (la fame, l’AIDS, la povertà, la corruzione, la mala gestione).
  2. Rimane la costante volontà di imporre modelli esogeni di governance per i paesi Africani non tenendo in considerazione che per i locali, soprattutto con lo sviluppo della rete, è sempre più chiaro il fallimento di alcuni modelli sviluppati in Occidente. Il caso più concreto sono gli scandali legati alla corruzione in Europa, sotto gli occhi delle opinioni pubbliche africane. Quando si parla di sviluppo e di cooperazione, affinché queste parole diventino realtà e funzionino, si dovrebbe associare la parola win-win o l’aggettivo egualitario. La logica di imporre regole disegnate, come molti confini Africani disegnati all’esterno in spregio a nazionalità e sentire comune, è in contrasto con una dinamica di fusione culturale, di efficacia dei progetti, di riconoscimento reale degli strumenti e dei doni.
  3. Il voler rimanere legati ad un modello di sviluppo Nord-Sud. Il prof. Mauro Mellano della Sapienza già trent’anni fa parlava dello sviluppo Sud-Sud. Allora nessuno considerava la possibile velocità di crescita della Cina, lo sviluppo del Brasile e dei paesi di lingua portoghese, l’emergente importanza dell’India, del Sudafrica e delle “Tigri orientali”. Oggi sono questi partner importanti del continente africano. Hanno il vantaggio di aver vissuto recentemente le fasi di sviluppo, di avere un approccio libero da sospetti “neocolonizzatori” e di comprendere meglio i problemi legati alla mancanza di know-how, alla carenza di finanza, alla esigenza di costruire paesi partendo da progetti green field e non dovendo ricercare spazi in aree già sviluppate o sature, come accade per l’Europa. Da ultimo hanno diretta esperienza di gestione di una forte crescita demografica.

Per rivedere queste posizioni servirebbe:

  1. cercare di dare spazio alle notizie positive, che spesso significano opportunità. Cercare di cambiare gli stereotipi che spesso sono anacronistici, Raccontare le verità e non ciò che si vuole sentire.
  2. approfondire la cultura dei paesi, non considerare l’Africa come un solo paese (nella mia esperienza ancora oggi non sono rari interventi di questo tipo) e ricordare che il continente ha 55 stati e circa 1.800 lingue differenti, studiare le democrazie e i modelli di gestione dei paesi e non cercare a tutti i costi di compararli con gli standard Europei, conoscere le “regole del gioco” e iniziare le attività (qualsiasi essa sia, nel rispetto delle stesse, che sono frutto della storia e dell’evoluzione socio-culturale di un paese e che vanno rispettate.
  3. allargare la visione del mondo, considerare le velocità di alcuni paesi nei processi di internazionalizzazione, riconoscere che spesso l’Europa è lenta e che l’Africa è già il presente e non solo il futuro. Rispettare paesi come la Cina e l’India non significa condividerne in toto i modelli di sviluppo ma riconoscerne i risultati e i successi, che spesso si ripercuotono in Africa e non solo demonizzarli con i temi del landgrabbing, della corruzione, del lavoro sottopagato, ecc. Oggi, inequivocabilmente, lo sviluppo e la cooperazione hanno anche il colore delle loro bandiere.

Non poteva mancare Andrea Spinelli Barrile, cofondatore del portale Slow News. Giornalista esperto di diritti umani, terrorismo, conflitti e stato di diritto in Africa e Medio Oriente. Ha seguito con particolare attenzione due vicende di italiani detenuti illegalmente in Africa: Roberto Berardi (imprenditore, incarcerato per 30 mesi in Guinea Equatoriale) con cui ha scritto “Esperanza – La vera storia di un uomo contro una dittatura africana” e Cristian Provvisionato (bodyguard detenuto 21 mesi in Mauritania).

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Semplicemente c’è bisogno di occhi e orecchie che raccontino l’Africa cercando di comprenderla. Pensa a questo: la RAI ha solo due uffici in Africa: uno in Egitto e l’altro in Kenya. Come si fa a raccontare un continente così? Eppure l’impatto che l’Africa ha su di noi è enorme. Giusto un esempio: non comprendiamo come sia possibile che i richiedenti asilo rifiutino la pasta tutti i giorni. Tu accetteresti di mangiare riso bollito con verdure “strane” ogni giorno? Un operatore umanitario di buona volontà una volta mi disse indignato di non capire come fosse possibile che i subsahariani che gestiva, provenienti dall’Africa occidentale, rifiutassero il cioccolato. Non sapeva che hanno mediamente un palato molto meno abituato allo zucchero rispetto al nostro.

Sono esempi sciocchi che però fanno emergere un muro culturale che abbiamo davanti agli occhi e non riusciamo ad abbattere: manca la conoscenza, continuiamo a vedere l’Africa come una terra selvaggia governata da dinosauri corrotti che producono solo bambini con le pance gonfie ma non è solo questo, è molto di più. Chi sa, ad esempio, che l’Uganda è il paese che ospita il maggior numero di rifugiati al mondo? Chi sa, ancora, che la Tunisia sta ragionando sulla depenalizzazione della cannabis e sui diritti delle donne in un modo che noi italiani ce lo sognamo? Serve conoscenza, serve come il pane.

Ovviamente è impensabile rendere edotti tutti sull’Africa, ma qui la questione è diversa: si tratta di parlare ad un Paese, l’Italia, che dopo l’esperienza del colonialismo si è completamente dimenticata dell’Africa, salvo esperienze tragiche come quella della guerra in Somalia. Bisogna andare oltre i conflitti e le atrocità e raccontare quello che è veramente l’Africa, un paese dove nessuno è solo, mai, e forse è questo che spaventa di più noi individualisti sfrenati: il vivere sociale.

Last but not least York Zucchi, imprenditore e investitore svizzero di base in Sudafrica. Ha interessi nel mondo della sanità, della tecnologia, del turismo e della formazione. Blogger, divulgatore e speaker internazionale, ha scritto di Africa e imprenditorialità per il Financial Times e il Wall Street Journal. Ha fondato Join The Equation, piattaforma per il matching B2B a cui vi invito ad iscrivervi (è gratuito!).

Fare business in Africa è un esercizio di revisione continua delle proprie ipotesi e precomprensioni. Molte cose che diamo per scontato mancano nella realtà: dalla logistica alle infrastrutture (es. elettricità), dal rispetto dei contratti per la difficoltà nel gestire le aspettative della controparte. Generalizzando, l’Africa è il continente dove si vive sull’onda dell’entusiasmo. Le persone sono solite spendersi in promesse che vengono poi disattese. Questo non è questione di cattive intenzioni (anche se troverete filibustieri del business esattamente come altrove al mondo) ma perché la gente, sempre generalizzando, tende a voler compiacere l’interlocutore, anche in assenza delle capacità o e le risorse per realizzare quanto concordato.

Credo che per cambiare la narrativa sul fare impresa in e con l’Africa abbiamo bisogno di essere attenti a rimuovere i pregiudizi che abbiamo verso il continente. Anche se per certi aspetti le imprese Africane appaiono molto simili a quelle occidentali i risultati reali si discostano di norma dalle aspettative proprio per l’incredibile varietà dell’ecosistema dove si trovano a operare. Nella mia esperienza le relazioni più solide ed efficaci con controparti Africane non sono tanto costituite sulla base di transazioni commerciali (fornitore/buyer, in entrambi i sensi) ma piuttosto su partnership di mutuo rispetto e guadagno. Per chi fosse interessato ad approfondire, rimando a questo mio post: Africa, a playground for entrepreneurs!

Che dire se non GRAZIE INFINITE a tutti?

Ecco il bonus per chi ha avuto la forza di arrivare in fondo a questo post maratona. Ti interessa conoscere altre persone che vogliono realizzare un progetto personale in Africa?
Entra nel gruppo FB Vadoinafrica: networking group e presentati. Manchi solo tu 🙂

This Post Has 2 Comments
  1. Ho trovato molto esaustiva e aderente alla Realtà Africana da me conosciuta facendo quel poco di volontariato fatto presso la Comunità Missionaria di stanza al lago Turkana e a Nairobi con bambini in difficoltà e portatori di H, nella parte più politica tenendo incontri con Italiani sia a Mombasa sia a Malindi. Ho riscontrato nel vostro articolo una totale adesione alla mia visione e conoscenza diretta degli gli Africani del Kenya .L’unica delle mie 3 figlie che è andata in Kenya Roberta Torres immunologa a capo del laboratorio del Denver National Hospital,prima di lasciare l’Italia e trasferirsi a Denver, sposata ad un immunologo americano.
    Vittoria Buttiglione

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