In questi giorni abbiamo assistito ad un nuovo capitolo dell’assurda diatriba sulla questione “migranti”:

salvatori di vite umane vs carnefici senza pietà.

Una tra le questioni più complesse del nostro tempo, che coinvolge la vita di milioni di persone, decine di Paesi, continenti e istituzioni internazionali, viene ridotta ad una partita di ping pong combattuta a colpi di offese, provocazioni e slogan.

Mentre due fazioni di tifosi, diametralmente opposte, fanno la ola per ogni punto conquistato, i migranti, come una pallina, vengono sbattuti da un campo all’altro.

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Sia ben chiaro, la vita umana va SEMPRE rispettata e difesa.

Giusto plaudere al coraggio di chi salva naufraghi, di qualunque nazionalità essi siano.

Ma il punto non è questo.

Il nodo da affrontare è quello di superare l’immagine svilente e distorta, incollata su queste persone e le loro esistenze. Così da finirla con questa lotta manichea basata su due visioni falsate e semplicistiche:

  • per gli uni i migranti sono “esseri umani in cerca di dignità”
  • per gli altri “invasori parassiti che rubano il nostro benessere”

 

Senza soffermarmi su questa seconda posizione, propaganda per analfabeti funzionali, mi permetto di suggerire una strategia d’azione più efficace di quel che ho visto sinora.

Non aumentare la visibilità dei seminatori d’odio

C’è poco da fare. Finchè continueremo, come pecoroni, a dare risalto alle uscite sensazionalistiche, esagerate e irrealizzabili di coloro che hanno capito, meglio di chiunque altro, come strumentalizzare la risonanza mediatica della questione, questi ultimi continueranno a conquistare consensi.

propaganda

Non ripubblichiamo all’infinito quei volti dagli sguardi indemoniati o meschini, sbraitanti durante un comizio o compiaciuti con un paninozzo in bocca!

Non diamo seguito a provocazioni deliranti e insulti gratuiti, perché nel nostro intento di voler dimostrare la loro insensibilità finiamo per fare il loro gioco senza neanche rendercene conto e a premiarli con una presenza costante e martellante su qualsiasi media.

Condividete piuttosto articoli o interventi di approfondimento, ma non titoli aberranti, immagini vomitevoli e citazioni piene di odio.

Superare le frasi fatte

Allo stesso tempo, sforziamoci di andare oltre slogan come “restiamo umani” e “abbattiamo le frontiere” perché anche questao discorso non apporta alcuna soluzione concreta.

L’idea, apparentemente solidale, di “dare dignità alle persone” si basa sul messaggio implicito e, a mio giudizio, profondamente razzista, che l’unico modo in cui uno “straniero” (in particolare se africano) possa sperare in una vita dignitosa è quello di giungere in Europa, dove tutte le sue sofferenze saranno lenite e troverà una società umana e aperta, in grado di accoglierlo e offrirgli tutto quello a cui ha sempre aspirato.

È ovvio che rispetto all’inferno libico anche la claudicante Europa appaia un paradiso. Ma siamo così sicuri che, in tutto questo percorso, le persone non abbiano in fondo lasciato la loro dignità nel luogo che hanno abbandonato?

Non parlo di chi scappa dalla violenza della guerra, ma dei tanti che, come si dice qui in Costa d’Avorio, vivono nella “galère”, ossia in condizioni di povertà e difficoltà. Privi della speranza di migliorare, ma desiderosi di non iniziare ogni giorno con la preoccupazione di guadagnare quei 3.000 CFA (4,50 euro) con cui nutrire la famiglia.

UNEP

Chi vive senza una casa sicura, senza nutrimento adeguato, senza la possibilità di curarsi in caso di bisogno, senza la possibilità di dare un’istruzione ai propri figli non è spaventato dall’idea di attraversare prove infinite per finire a raccogliere pomodori a 3 euro l’ora.

Soprattutto perchè ritiene che quella sarà solo la prima tappa di un percorso evolutivo che lo porterà, in qualche anno, all’ascensa sociale.

Il diavolo è nei dettagli

Tante persone partono perché credono (spesso giustamente) che nel proprio contesto di origine la loro condizione, nonostante tutti gli sforzi possibili e immaginabili, non cambierà mai e che saranno destinate a “galérer” per una vita intera.

Invece pensano (ahimè di frequente sbagliandosi) che emigrare possa garantirgli un salto qualitativo e un’affermazione personale.

In tutto questo sfugge il concetto di dignità: agli europei, che lo scambiano con la mera quantità di beni posseduti, il benessere materiale. Agli africani, che danno per scontate dinamiche socio-culturali.

Mi spiego meglio.

Nelle mie quasi quotidiane conversazioni con ivoriani, più o meno giovani, che intendono raggiungere, in un modo o nell’altro, l’Europa, uno degli argomenti che più di ogni altro attira la loro attenzione e li riconduce alla ragionevolezza è proprio la questione della dignità.

Qui in Costa d’Avorio puoi anche non avere nulla, ma nessuno può toglierti il ruolo sociale che la cultura e le tradizioni ti attribuiscono all’interno della comunità, della famiglia, del villaggio o del quartiere.

Tutti, prima o poi, saranno “grand frère/grande soeur, tonton/tantie, papa/maman” di qualcun altro e questo andrà di pari passo con l’assunzione delle relative responsabilità e le dimostrazioni di rispetto da parte degli altri. Passare da questa situazione all’essere percepito come un numero o un oggetto, un peso di cui liberarsi, un problema da risolvere, in un contesto in cui si perde ogni punto di riferimento e ogni certezza, è un primo tassello di dignità che scompare.

Il secondo svanisce quando ti rendi conto che la tua storia e il tuo passato, insomma il tuo bagaglio di valide esperienze, non ti appartengono più completamente: qualcuno si prenderà la briga di giudicarle adeguate oppure no.

Quando sarai costretto a mentire e reinventarti un vissuto triste e credibile per essere all’altezza di ciò che gli altri si aspettano da te. Quando dovrai riuscire a smuovere la pietà e la compassione delle persone per ricevere anche un minimo di aiuto e sostegno.

Poi continui a mentire, anche alla famiglia e a tutti quelli che hanno riversato tante aspettative in questa tua avventura, le stesse persone con le quali prima condividevi tutto e che ora ti sembra di tradire. Ed ecco che un senso di colpa si insinua accanto alla solitudine emotiva ed interiore, mentre il terzo pezzo di dignità svanisce e, con lui, vacilla anche la convinzione di potercela fare.

Fino a quando realizzi che sei solo un ne*ro di merda e, quasi quasi, inizi a pensare di esserti meritato tutto questo, anzi, devi pure ringraziare che non ti caccino a calci in culo e non ti rispediscano come un animale in un lager nord africano; nel frattempo anche il quarto tassello non c’è più, è svanito insieme all’autostima per te stesso e alla fierezza per le tue radici.

Ne resta ancora uno, ma devi decidere se giocartelo mendicando davanti a un supermercato, perché l’aiuto basato sulla condivisione che conoscevi si trasforma in elemosina, oppure rientrando come un perdente quando ti rimpatrieranno, sapendo che tutte le menzogne dette, a quel punto, verranno a galla.

A te la scelta, tanto la nostra coscienza è ormai pulita, ti abbiamo aiutato e pure troppo, avanti il prossimo!

razzismooo

E il prossimo non è uno solo, ma decine di migliaia di uomini, donne e bambini schiacciati ogni giorno in un sistema che utilizza solo termini assistenzialisti ed emergenziali senza considerare che si può essere poveri, ma con dignità. Che si può meritarsi il rispetto degli altri anche vivendo in una bidonville. Che la solidarietà di cui si gode in patria è meglio della compassione di chi si erge a tuo salvatore.

Quello che emerge, alla fine delle mie conversazioni con tanti aspiranti migranti, è una presa di coscienza del proprio valore e della propria rispettabilità che, a quel punto, non si è più disposti a mettere in discussione. Né a lasciare che altri ne facciano un uso strumentale per vincere la coppa del consenso durante pseudo-partite di ping pong.

Purtroppo tutto ciò non viene tenuto in considerazione nel dibattito. E continuare a contrapporre povertà vs dignità è perdente in partenza, finendo infatti solo per offrire materiale propagandistico a chi soffia sul fuoco della paura.

Questo avviene in particolare in un un Paese come l’Italia così fortemente intriso di stereotipi sull’Africa, in cui il “vero povero” è solo chi muore di fame o veste di stracci.

Un giovane africano in forze, che magari si guadagnava il pane spingendo ogni giorno una carriola sotto il sole e che tiene al suo decoro portando vestiti decenti di quarta mano, che cura la sua igiene pulendosi e rasandosi, è troppo dignitoso per essere considerato un “bisognoso”.

Non rispecchia il luogo comune e diventa così il perfetto sfaticato parassita.

Cambiare ritmo e direzione

Il mio suggerimento è quello di cambiare completamente strategia. Per superare il vicolo cieco di questi giorni occorre andare oltre le idee preconcette, ridefinire l’approccio narrativo e soprattutto iniziare ad ascoltare queste persone.

Capire quali sono davvero le necessità, i sogni, le difficoltà e le aspettative prima della migrazione. Non occuparcene solo quando arrivano allo stremo delle loro esistenze, dopo mesi di violenze psico-fisiche devastanti, e quando la scelta è tra la morte o il salvataggio in mare.

Migranti

Forse è arrivato il momento di domandarci se siamo veramente interessati alla vita degli altri (e non solo ai loro corpi da strumentalizzare) o se preferiamo continuare a gongolarci nel nostro ruolo di benefattori per sentirci, magari, un po’ meno ipocriti!

Post uscito sul blog MeticciaMente e ripostato con il consenso dell’autrice.

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