Di cosa vi occupate?

Vodoun.

Vudù?

Si, anche voodoo, vaudun o voudun.

Siamo abituati alle reazioni sgomente dei nostri interlocutori.

Siamo Lisa Regina Nicoli e Simão Amista: una coppia italo-brasiliana con una grande passione per l’arte africana. Abbiamo accumulato una vasta collezione di oggetti rituali che esponiamo con lo scopo di creare conoscenza e rispetto per un universo cosmogonico ignorato o deriso in Occidente (anche da tanti africani).

Dire “vodoun” significa far balzare in testa immagini sconnesse: l’immancabile bambolina con gli spilli, il ghigno scheletrico di Baron Samedi a caccia di anime, fanciulle da salvare e malefici da spezzare.

Queste immagini sono il frutto della caricatura che i mass-media, in primis la cinematografia hollywoodiana, hanno diffuso negli anni distorcendo alcuni specifici elementi di questo culto.

Si è costruita una rappresentazione inesatta e fuorviante, caratterizzata innanzitutto dalla forte valenza negativa. Al vodoun si associa quindi un unico sentimento:

la PAURA.

Crediamo che questo equivoco abbia origine dal rapporto che l’Occidente ha verso la morte.

La dimensione ultraterrena, la disgrazia e, alla fine, “il sacro” sono concepiti come campi radicalmente separati dal quotidiano. I cimiteri sono luoghi poco frequentati, trasmettono inquietudine, quasi che la morte fosse in grado di portare sfortuna ai vivi.

Che per questo motivo dovrebbero tutelarsi.

La spiritualità voudoun si colloca agli antipodi, in quanto pone morte e vita sullo stesso piano, in un rapporto di comunicazione fluida e continua. I morti non smettono di vivere ma diventano antenati, in costante relazione con chi resta.

Chi pensa che siano bizzarre superstizioni o rare “usanze tribali” non ha idea del fenomeno di cui stiamo parlando.

Si tratta infatti di un sistema religioso, originario del Golfo di Guinea in Africa Occidentale, che conta numerose varianti praticate da milioni di fedeli in tutto il mondo.

Zone di origine del vodoun nel Golfo di Guinea

Non è “animismo” in senso stretto. Certo, si tratta di una religione legata al mondo naturale, che si ritiene abitato e governato dalle divinità.

Non si venera però il fulmine in quanto tale, ma come manifestazione di Heviosso. E l’arcobaleno come modo con cui Osumare si rende visibile. Analogamente, l’offerta non viene portata al fiume, ma ad Osun che lo abita.

Le pratiche rituali si fondano sull’incontro tra le due dimensioni della vita: il piano umano e quello divino-ancestrale attraverso uno scambio di energia regolato da un ministro del culto che sovente coinvolge un oggetto transizionale chiamato, convenzionalmente, feticcio.

Agli estremi del sistema si posizionano l’essere umano e il vudù (ossia la divinità), spesso antenati divinizzati che tornano sulla terra “cavalcando la testa” dei fedeli.

La possessione è la modalità attraverso cui la divinità entra in contatto con la comunità dei viventi. Nulla di terrificante, piuttosto momenti di profonda emozione e coinvolgimento spirituale.

I pantheon vodoun sono composti da numerose divinità, variabili a seconda delle popolazioni e singole famiglie. Ci sono divinità maggiori, cultuate trasversalmente a diversi gruppi, altre invece appartenenti ad un unico clan.

Non si tratta di “politeismo” in senso stretto, in quando sono sistemi religiosi governati da un’unica divinità superiore non venerata direttamente perchè ritenuta troppo lontana dal mondo terreno.

In Italia il tema è da anni sui media a causa della tratta di ragazze nigeriane destinate alla prostituzione: le vittime vengono sottoposte al juju, pratiche legate ad oggetti con l’obiettivo di assoggettarle (come in matrimonio) con i loro trafficanti.

Pur essendo legato al medesimo schema di credenze, non si può ridurre una galassia complessa come il vodoun all’utilizzo criminale del juju.

Piuttosto il culto vive, in numerose varianti, nei milioni di fedeli africani e negli afrodiscendenti i cui antenati sono stati deportati come schiavi nel “nuovo mondo”.

La “porta del non ritorno” a Ouidah (Benin) dove si tiene anche il celebre festival del vodoun

Le navi negriere non hanno infatti trasportato solo uomini e donne in catene, ma anche le loro divinità e credenze, che hanno dato vita a nuove forme sincretiche con il cristianesimo.

Tra queste il Candomblè in Brasile, la Santeria a Cuba, il voodoo haitiano. I culti africani, anzichè soccombere, si sono trasformati e adattati al nuovo contesto, sopravvivendo in tutta la loro potenza e ricchezza culturale.

La globalizzazione consente oggi di ottenere informazioni su ogni argomento. Anche la millenaria tradizione vodoun, non trasmessa per iscritto ma rigenerata ad ogni rituale, diventa così un patrimonio culturale globale.

Attenzione: la sua natura di culto iniziatico rende possibile solo sfiorarne la sua ancestrale segretezza per gli esterni. Ma è chiaro che si tratta di un campo vivo e dinamico che merita rispetto e conoscenza.

Abbiamo provato a farlo, ad esempio, attraverso la mostra “Di potere e altri incanti: viaggio nella terra dei vodoun” a Vergato (BO).

Tranquilli, lo scopo non è insegnare a realizzare bamboline e spilli per colpire il vicino che parcheggia male la macchina.

Semplicemente provare ad avvicinarsi a una spiritualità antica dove morte e vita non sono opposti ma si completano, rincorrendosi quotidianamente e incontrandosi nel rito. 

Conosceremo alcuni vodoun che hanno “cavalcato” le maschere presenti, come la splendida Mami Wata, vera e propria celebrità in Africa Occidentale, e scopriremo i feticci, “antenne” tra terra e cielo.