Padre napoletano, madre svizzera tedesca, Claudio Scotto vive da anni a Londra e inizia, per ragioni familiari, a visitare la Sierra Leone.

Nel 2010 apre Africa Felix Juice, la prima azienda di trasformazione di frutta di questo Paese, reduce da oltre dieci anni di guerra civile.

Nonostante sia un’avventura imprenditoriale da un finale “agrodolce”, rimarco la mia stima per la grande determinazione. Oggi l’azienda da lui fondata ha 40 collaboratori e fornisce uno sbocco alla produzione per oltre 4.000 contadini.

La sua storia è così coraggiosa da essere stata coperta dalla CNN ed essere stata visitata da Tony Blair. Claudio detiene il record di aver esportato il primo prodotto “made in Sierra Leone” della storia: succo di mango concentrato.

Caro Claudio, come ti è venuta l’idea di intraprendere in Sierra Leone? Perchè la frutta?

A Natale 2003 sono stato per la prima volta in Sierra Leone dopo la guerra. Sono rimasto sconvolto dalla devastazione. Ma mi ha altrettanto impressionato dalla bontà e abbondanza della frutta: manghi, ananas, papaye squisiti.

Purtroppo i raccolti andavano in gran parte a male per l’assenza di qualsiasi sbocco sul mercato.

Ai tempi lavoravo per un’azienda di sughi pronti del gruppo La Doria di Salerno. Tra i prodotti c’erano anche i succhi di frutta.

Dopo qualche mese dal mio viaggio, lo ricordo come fosse oggi, in una stazione di servizio sull’A1 ebbi una lunga telefonata con l’AD Antonio Ferraioli in cui gli esposi quello che stava diventando il mio chiodo fisso.

Lui mi incoraggiò mettendomi in contatto con una serie di aziende produttrici di macchinari specializzati in provincia di Parma.

Quali sono stati i passi per avviare la produzione? 

A febbraio 2008 avevo messo a punto il Business Plan ed entravo nella fase conclusiva delle trattative con due fondi per avviare l’azienda. Ma con la crisi dei sub-prime tutto è svanito!

Fu un momento di grosso scoraggiamento. Poi però arrivò l’offerta di Tropical Fruit Machinery, azienda di Busseto (Parma): uno sconto sui macchinari in cambio di una quota.

E subito dopo partecipai a una conferenza per la promozione degli investimenti in Sierra Leone organizzata a Londra da Tony Blair (il cui padre aveva insegnato nel paese) e conobbi First-Step, un’organizzazione non governativa americana che in accordo con il governo stava aprendo la prima Zona Economica Speciale per l’Export poco fuori Freetown.

Qual è stata la dimensione dell’investimento?

Ho messo insieme il capitale necessario grazie a un finanziamento della cooperazione olandese. Per farti capire la fabbrica l’abbiamo costruita con circa 300.000 dollari.

Poco più di un milione per l’impianto, con una capacità produttiva di 60 tonnellate di frutta al giorno.

Il capitale di giro ci è stato fornito da una banca locale.

L’impresa è stata più ardua del previsto. Spiegaci meglio

Ci fu una sorta di tempesta perfetta perché ai tempi il dollaro era debole. Ma visto che i prezzi delle materie prime erano alti la valuta locale si mantenne alta e il tasso d’interesse della banca (23%!) non veniva in alcun modo ridotto dalla svalutazione prevista.

Di fatto per i primi due anni abbiamo lavorato per la banca… anche perché il prezzo del prodotto finale era ai minimi storici!

Poi sono emersi i limiti del socio USA, che si è rivelato l’anello debole della catena. Pensa che pur essendo nell’unica zona speciale per l’Export siamo ancora dipendenti dal generatore diesel visto che la fornitura della rete elettrica è molto instabile.

Raggiungere standard accettabili nella produzione è stato complesso e la prima campagna è stata davvero faticosa.

Mi sono reso pienamente conto di come una guerra non causi solo causa morte e distruzioni, ma anche un arretramento relativo nel momento in cui tutti gli altri paesi a fianco crescono. La Sierra Leone era parecchio davanti ai suoi vicini (es. Guinea, Liberia) e li guardava con sufficienza fino a inizio anni ’90.

Con la guerra sono scivolati al poco invidiabile ultimo posto dell’indice sviluppo umano al mondo. Ad oggi il paese è al 7° posto. Dal basso. E questo vuol dire tanta, tanta fatica nel fare qualsiasi cosa.

Per farti capire la scala delle difficoltà nel 2013 abbiamo rischiato che esplodesse il boiler a causa di piccole perdite alle tubature. Sarebbe stata una strage. Non è successo per fortuna nulla ma la campagna del mango, sei settimane intensissime, ha subito una forte riduzione a causa della manutenzione necessaria.

L’anno successivo un problema al generatore ha ancora limitato la produzione durante la principale campagna di raccolta.

Quando pensavi di averle passate tutte è arrivata Ebola…

Esatto! Da una parte è stato un delirio. Il General Manager americano fuggì. Ma allo stesso tempo ebbi la conferma che i dipendenti locali, pur senza la supervisione di un expat, riuscivano far andare avanti l’impianto (anche se non a pieno regime).

Mi sono reso conto che lo strumento efficace per gestire l’azienda a distanza in Africa è un gruppo WhatsApp con i manager. Più la scansione della mia firma con la banca locale per le operazioni principali.

Abbiamo esportato anche durante il picco dell’epidemia, pur con livelli inferiori (circa un terzo in meno) rispetto agli anni precedenti.

Per farti capire a fine 2015 alle fiere quando dicevo che lavoravo in Sierra Leone ancora non mi stringevano le mani per paura del virus.

Rifaresti tutto questo?

Si, senza dubbio! Anche se lo stress della “capital rase fatigue” (hai un’idea ma non trovi soldi) è tosto.

Sei l’equivalente di un mendicante, anche se ti muovi in giacca e cravatta nei palazzi della City o nei grattacieli di Manhattan.

Hai idee ma non soldi, dunque vai da chi ha soldi ma non abbastanza idee. Ma che fatica!

Un errore che vorresti evitare se potessi tornare indietro nel tempo?

Sarei partito con più capitale circolante.

Cosa è stato più faticoso?

La solitudine. Di fatto sei come l’autista di un autobus in cui tutti gli altri sono passeggeri. Quando le cose vanno bene è bello (ad esempio viene a trovarti Blair o il tuo nome viene inserito nella guida turistica del paese) ma anche quando vanno male (un macchinario si guasta e tonnellate di mango rischiano di marcire)!

Lì sta la differenza tra l’imprenditore e AD, che per certi versi cade sempre in piedi, perché non è mai da solo.

Servirebbe un po’ più di cultura Silicon Valley stile “ritenta sarai più fortunato”. Invece di fatto c’è un fortissimo stigma per chi fallisce, e questo mi ha portato a dover diluire molto la mia quota in azienda pur di salvarla.

Oggi di cosa ti occupi?

All’inizio di questa avventura lavoravo per un gruppo britannico di componentistica Oil & Gas come manager per il West Africa. Ho lasciato l’azienda nella primavera 2011 ma già dopo un paio d’anni ho capito che le cose sarebbero state più complesse del previsto.

Sono quindi tornato a collaborare come consulente, dedicando circa il 40% del mio tempo ad Africa Felix Juice.

Dal 2016 sono tornato per un periodo a lavorare come dipendente, per poi tornare a capitalizzare la mia esperienza di trasformazione di frutta in West Africa come Direttore Generale di Gebana in Burkina Faso.

Cosa vorresti dire a un giovane imprenditore che legge questa intervista?

Nonostante le difficoltà vorrei dire a tutti i giovani che non è impossibile andare in Africa e fare qualcosa di bello!

Certo, intraprendere in Africa e guadagnare in fretta è un mito.

È un discorso ampio ma ci sono indubbiamente tante opportunità.

Se in Italia siamo convinti che sia molto meglio restare dipendente e non osare mai come imprenditori siamo anchilosati. Il futuro è di chi rischia! Occorre riuscire a incentivare le persone a prendersi dei rischi e a rifuggire le rendite di posizione… ma non è semplice.

Quali sono le maggiori opportunità nell’agroalimentare in Africa Occidentale?

Le maggiori opportunità in assoluto sono nelle filiere del pomodoro e dell’olio di palma. Poi nella sostituzione di tutto ciò che si importa (es. riso, succhi di frutta) per le necessità dei mercati interni, in continua crescita.

È fondamentale riuscire a sfruttare il potenziale, ancora inesplorato, di commercio tra i vari paesi della zona. Sopratutto tra paesi anglofoni e francofoni il commercio è ancora scandalosamente basso!

In questo senso la strada iniziata con il trattato continentale di libero scambio AfCFTA è molto interessante.

E poi c’è tutto il discorso del food Made in Africa venduto in Europa. Se confronti un succo di mango africano e quello indiano il consumatore europeo invariabilmente preferisce quello africano. Il problema è che c’è bisogno di chi ha voglia di crederci e passare tanto tempo in loco.

Dove? Direi in primis Ghana e Senegal, favoriti da stabilità politica e accesso al mare.

Un libro che ti ha motivato?

The End of Poverty di Jeffrey Sachs. Anche se negli anni della mia formazione l’impatto della musica di Band Aid e di USA for Africa fu enorme. Prima ancora il fascino e l’orgoglio del Camerun al mondiale del 1982: i perdenti che non persero mai!

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