skip to Main Content

Dalla bassa Emiliana all’altopiano Etiopico: cronache di un viaggio

Ospito per la prima volta il racconto di un viaggio di incontro e confronto con un contesto africano. Inizio con il lasciare la parola a Davide Orlandini, partito da Reggio Emilia con cinque amici per vagabondare due settimane in Etiopia. 

Ti piacerebbe essere il prossimo? Contattami qui per propormi un guest post!

Chi eravamo: cinque emiliani (io Davide con Matteo, Giulia, Riccardo, Mauro) e un piemontese (Corrado, l’unico ad aver già viaggiato in Africa).

Perché in Etiopia: abbiamo pensato che fosse giunto il momento di mettere piede in Africa, boh sai quando senti che è ora… Etiopia per via del Corno d’Africa, del Regno di Axum e della nostra storia coloniale, tra le altre cose.

Come ci siamo preparati:

Come ci siamo organizzati: abbiamo buttato giù una bozza di itinerario, cercato un’agenzia locale trovando Nure, autista e guida che ci ha portati in giro con un pulmino bello robusto.

viaggiare in Etiopia

3 agosto, Reggio Emilia

In via Adua ci passi ogni volta che devi andare verso la stazione se parcheggi dietro. In via Macallé c’è la scuola e il campo da calcio.

Di Adua la guida dell’Africa Orientale Italiana ricorda “i mille episodi che valsero se non a mutare le sorti della battaglia, a essere fulgida ammirazione del valore italiano.”

In pratica ogni volta che prendi il treno dovresti ricordarsi di quando volevamo andarci a prendere un pezzo di Africa, anche se lì “abbiamo perso 5000 uomini più 500 feriti e 1700 prigionieri” dice la guida fascista.

Infine appena sotto a Macallé c’è il monte Amba Aradam, una parola che ancora ci portiamo dietro per nominare la confusione assoluta.

Là abbiamo vinto “noi”. Con tanto di iprite, gas della guerra chimica vietato dalle convenzioni internazionali. Uccisi 20.000 dei “loro”, vinta la battaglia, per i 4 giorni seguenti abbiamo sganciato gas sugli etiopi in ritirata. Noi.

Ecco perché Hailé Selassié I venne a Ginevra, alla Società delle Nazioni, per chiedere aiuto contro l’invasore Italiano.

Forse andare lì deve essere un po’ come per un tedesco andare ad Auschwitz… chissà.

6 agosto, Addis Abeba

Siamo in Africa. La grande chiesa con l’imponente sepoltura di sua maestà (divinità) il magnifico Hailé Selassié, in realtà nulla di nemmeno un poco vicino a quanto mi aspettassi alla mia voce mentale “mausoleo e affini”.

La residenza del predecessore, il grande Menelik. Ai nostri occhi più simile a una casa da contadino della campagna emiliana che non a Versailles.

Si mangia con le mani, si prende l’injera – questo grande pane che assomiglia a un testarolo/pancake/piadina – su cui si riversa ogni cosa, poi spezzando il pane si raccoglie il pasto, il sughetto e il contorno. Come se il pasto intero fosse una grande scarpetta.

I turisti, bianchi per di più, non sono all’ordine del giorno. C’è curiosità negli sguardi che si posano su di noi. Questa birra locale, la lager di San Giorgio non è male.

Tutto intorno è casino, i problemi al confine con l’Eritrea dal clima dittatoriale, la Somalia che nemmeno ci si può avvicinare e da quel lato lì il confine non si capisce bene dove sia (dipende dagli spazi che occupano le bande armate, tanto che anche Google maps ci mette delle lineette tratteggiate), il Sud Sudan con la guerra civile… e qui un’economia che cresce al +10% che sembra qualcosa di veramente extra-ordinario, di dis-ordinato.

Dall’imperatore, dopo l’invasione italiana, si è passati alla dittatura comunista del Derg, sconfitto nel 1992 dall’attuale governo.

La narrativa si intreccia a un misto di epica imperiale, migliaia di morti e torturati, le resistenze agli invasori e ai regimi, le medaglie olimpiche dei maratoneti, e la consapevolezza di appartenere alla grande Africa.

7 agosto, Bahir Dar

Oggi abbiamo fatto parecchia strada. “Strada” che è il principio primo di tutte le cose. Da Addis a qua ce n’è solo una, asfalto sottile, poi bucato, poi non-asfalto, poi di nuovo strada buona, ma comunque una, solo una. Anzi LA strada.

La strada è piena di gente, sempre anche quando piove, nei villaggi, nelle città, nel nulla, sempre. Qualsiasi cosa succeda, qualsiasi cosa tu debba fare… è sulla strada.

I bimbetti che guidano le mandrie di bestiame, le signore che portano ceste enormi e pesante stracolme di fascine, i ragazzi con l’aratro sulle spalle (qui si ara col vomere trainato da due buoi), i commercianti, gli ambulanti, chi fa da mangiare, chi gioca a biliardo, chi intreccia ceste, chi compra, chi vende, chi sta seduto, comunque sempre lungo la strada.

Distese infinite a perdita d’occhio di campi verdi incontaminati e incolti. A differenza dello sviluppo del mondo asiatico qui non è arrivata la meccanizzazione col suo inquinamento e mascherine, nemmeno un puntino di plastica.

É ancora tutto da fare, oggi come 100 anni fa si potrebbe pensare. Scenari da Valle Incantata con fiumi che corrono copiosi, in queste terre vittime di carestie terribili negli anni ‘70 con più di un milione di persone morte per fame. Sembra che tu possa venire qui domani e fare quello che vuoi, c’è terra per tutti.

Ci hanno servito un caffè buonissimo, strabiliante. Preparato alla maniera tradizionale da una signora dai movimenti lenti ma costanti. Un bruciatore con l’incenso che si diffonde per la stanza, un piccolo ventaglio per ravvivare il fuoco, e una sorta di ampolla-caffettiera con dentro la miscela saporosa. Persistente delizia.

Le ruspe e i bulldozer esistono, solo in qualche fabbrica di estrazione del gesso. L’ossessione per lo sviluppo che diceva il Negus è evidentemente rimasta incompiuta. Chissà quale sarà la via africana in avanti.

viaggiare in Etiopia

8 agosto

Il caffè, un rito sempre più gradevole. Con lentezza liturgica vengono lavate le tazzine con un goccio d’acqua calda. Nella brocca viene messa la polvere di caffè, poi acqua bollente, poi ancora caffè. Vengono fatte ardere le braci agitando un simil ventaglio, la brocca vi ci viene lasciata sino al fumigante bollore. Poi viene tolta e deposta a terra inclinata, per far riposare il caffè qualche minuto. Infine si versa dall’alto, in modo da formare una sottilissima schiuma nella tazzina.

L’attesa deve essere accompagnata dal profumo dell’incenso naturale che brucia in un calice accanto. Anche in alcuni “bar” si serve nel medesimo modo.

La febbre del calcio è forte anche qua, benché l’Etiopia non sia al livello della Nigeria dicono. Noi, ci associano a Roberto Baggio (qualche progressista addirittura a Totti) e dicono che Bologna è lì-dove-lui-ha-giocato.

Passiamo dal mercato, variopinto centro commerciale all’aperto dove si vende e si fa di tutto senza regola alcuna… tutti quelli che non sono lungo la strada sono qui.

Passeggiando a caso per le vie traverse, è come avere ogni passo illuminato da un occhio di bue. Tutti gli occhi e i sorrisi sono puntati su di te, che non puoi fare altro che accelerare il passo e camminare a sguardo dritto e abbassato mentre ti chiamano e ti richiamano “hey you money mister”. Schiavi dell’immagine che il nostro colore della pelle si porta addosso. Ambivalente emozione, come di chi si vorrebbe fermare a conversare ma allo stesso tempo sente che da lì, così, è bene che se ne vada.

Poi c’è un ponte, l’hanno regalato gli italiani dopo l’occupazione, come risarcimento.

Anche i camion – ci dice il chiacchierone dall’occhio vitreo – quelli robusti vecchi di 40 anni fa sono vostri. I nuovi no, quelli sono tutti cinesi… che loro sono più furbi e vendono senza regole e requisiti. Voi Europei dovreste imparare, o non riuscirete mai a investire qui in Africa.

9 agosto, Tis Issat

Verde, tutto è verde a perdita d’occhio d’ogni sfumatura sulle vallate infinite.

Sembra che qui loro abbiano trovato, o forse semplicemente non-scordato, il modo di stare sulla terra essendone uno degli abitanti, così come lo sono le mucche, le capre, gli ippopotami e gli alberi. Non i padroni che la plasmano.

Le cascate del Nilo Azzurro sono tre e tutte gonfie d’acqua dall’enorme portata adesso. Per arrivarci attraversiamo le campagne, diversi villaggi.

La miseria è forte, forte è la miseria. Non direi sofferenza o indigenza ma miseria, autentica. Di chi non ha nulla, e dà per assodato che non sarà mai diverso, quindi fa quasi nulla. A parte assaltarti per aiutarti nel fango, lavarti le scarpe, darti un pezzo di stoffa, parlarti… per poi dirti “sorry money mister I’m a student”.

Solcando la fiumana di gente sulla strada (il villaggio è sempre denso di umanità anche nel posto più remoto) dal tuo normalissimo furgoncino già sei a disagio. Vorresti scendere e camminare scalzo, magari aiutare quella ragazza a portare quell’enorme tanica o quel signore col carretto. Come loro con loro, ma non lo siamo né mai lo saremo. Questo resta invalicabile. 

11 agosto, monti Simien

Quanta terra. Tanta terra. Terra. Tutta verde, ricolma di settanta volte sette capi di bestiame. Tra la nebbia, in questo paesaggio d’Africa vichinga saliamo sopra i 3.000 ma la vetta passa i 4.000.

Tornati in città andiamo al caffè italiano che diffonde odore di incenso. La bottigliera con lo specchio rotto dietro al bancone è ancora lì. I divanetti di pelle ancora quelli, sembra fin facile sentirsi a proprio agio.

Sono sempre e comunque tutti in strada, presto o tardi, che piova o splenda il sole. Si comincia a vedere il bello, le cose belle son più facili da riconoscere. 

13 agosto, Lalibela

Pensa alla rupe dei re del Re Leone. Pensa alla ricerca dell’arca perduta di Indiana Jones. Pensa alle icone copte e al monachesimo di Qumran. Pensa alle cisterne sotterranee della città di Davide a Gerusalemme. Pensa alle pietre cambogiane di Angkor Wat.

Lalibela non è nulla di tutto ciò, e allo stesso tempo un poco di tutto.

Un pellegrinaggio itinerante da una chiesa all’altra, da un tunnel a una trincea, tra una vallata e qualche baracca.

La teoria più accreditata è che sia stata costruita in poco tempo da Re Lalibela con l’aiuto degli angeli.

14 agosto, Macallè

Siamo arrivati a Macallè, esatto come la via del polo scolastico. Qui è un’altra regione, quindi un’altra lingua e un altro assetto mentale (non molto diverso da quanto accade in Italia, del resto). Tigray.

Ci sono i dromedari qui, e un po’ più di secco, meno erba e più cactus. Pare girino anche un po’ più soldi, qualche macchina, aiuole, addirittura un semaforo (mai visto in terra Amhara) e cose generalmente più consistenti. Sarà forse la vicinanza al confine che favorisce il commercio. Per arrivare, come sempre una strada-non-strada costellata di camion ribaltati e macchine sfracellate.

viaggiare in Etiopia

Quante bestie che abbiamo incrociato oggi attraversando l’altopiano. Tutte libere. Si respira libertà tra questi orizzonti distesi, tutto è ampiezza, qui è largo il tutto.

Paradossale questa libertà per chi è libero solo di decidere se caricarsi la tanica sulle spalle subito o tra un po’, per andare a prendere l’acqua.

Eppure gli animali sono liberi, e la gente gli va dietro. Chissà chi conduce chi, chi sa dove andare e cosa fare, magari anche perché farlo.

15 agosto, Geralta

Onoriamo l’Assunta da una panoramica località, tra Adua e Macallè. Succulento agnello alla brace lungo la via e addirittura un campari in questo lodge gestito da italiani con ottimo gusto dall’estetica rustica.

Il Tigray è indubbiamente messo meglio, tirano su città dal nulla. Ci sono i villaggi industriali (sorta di). Il progresso mette la gente nei capannoni, sulle moto o nelle macchine. E sulla strada si incontra meno gente, quasi nessuno. Eppure questi nuovi palazzi specchiati cinesi mettono più ansia delle baracche di paglia e fango.

Si dice di alcuni panorami che siano “mozzafiato”. Aggettivo che mal si addice a questo altipiano e ai suoi massicci punteggiati di dolci fichi d’india. Questo orizzonte te lo allarga il fiato, ti rende il respiro più profondo. Africa.

17 agosto, Dessié

Tra le mandrie di dromedari siamo giunti a Dessié. Crocevia sulle quattro arterie principali, cittadina in rapida espansione.

Gli etiopi dagli italiani hanno preso diverse cose, come il biliardo che chiamano “carambola” e si trova in ogni angolo del paese anche il più remoto. Così anche per la formaggiera quella classica da parmigiano grattuggiato… però ci mettono lo zucchero. Ne consegue un tentativo di spiegazione per dirgli che quell’oggetto è usato male, ci va il grana dentro per usarlo bene.

È che noi in fondo siam così, ci viene sempre da dire come le cose vadano fatte per il verso giusto. Ma loro il grana non ce l’hanno, e continuano a metterci lo zucchero. Per fortuna.

19 agosto, Addis Abeba

Fa un effetto tutto diverso arrivare ad Addis adesso, diciamo che cambia la cognizione ecco. Ci si guarda intorno con occhi diversi, avendo intuito un poco di quel che ci sta dietro.

Facciamo un giro a Merkato, dove evidentemente c’è il mercato. Diviso per zone, ogni cantone il suo prodotto. Ci lavorano circa 30mila persone ogni giorno. Spostano sulle scapole grattacieli di ogni cosa, bottiglie, scatoloni, spezie, lamiere, ogni cosa. Sul riciclare sono molto più efficienti di noi, non buttano nulla. Tutto viene raccolto, ammassato, distrutto e riassemblato: dalla lamiera al vetro, dai copertoni alla plastica, qualsiasi oggetto.

viaggiare in Etiopia

Ecco forse perché non hanno oggetti “storici” e i musei sono spogli. Gli oggetti non restano, vengono sempre riconvertiti e resuscitati, mutano continuamente per restare funzionali e funzionanti.

Birra (calda) di saluto in un bar buio tra una candela e un barista-fattucchiera che ci legge il futuro nella mano. Miele di cactus, Ebano la canzone dei Modena. È strano lasciare la grande notte africana, ti si appiccica un poco addosso. Come se qui ci fosse qualcosa di te, o perlomeno qualcosa che parla anche di te, a te.

Voliamo via, da buoni mercanti carichi di spezie e caffè da tostare.

20 agosto, Milano

C’è caldo, una quantità di palazzi enormi impressionanti, poca natura. La cosa più strana è la strada, piena stracolma di macchine ma vuota deserta di persone.

Prendiamo il treno verso l’Emilia, la campagna è secca e nei campi non c’è nessuno, giusto un trattore e un gettone per irrigare qua e là. E cosa inaudita… non ci sono gli animali, né sulla strada né nei campi. Dove li avete messi? Tutti rinchiusi?! Ma dove.

Là la gente di fatto non può andare gran che lontano (Lontano, ottimo e consigliato ultimo libro di Grangé ambientato per l’appunto in Africa), eppure cammina sempre. Qui la gente può andare pressoché dovunque, eppure non cammina nessuno.

Maratoneti.

viaggiare in Etiopia

Il resoconto integrale del viaggio è anche sul blog di Davide. I pensieri di tutto il gruppo sono invece raccolti qui.

Per fare rete in vista del tuo prossimo viaggio africano entra in Vadoinafrica: networking group

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back To Top

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte di Vadoinafrica maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi