Se sei arrivato qui significa che, anche tu, provi a seguire da vicino quell’universo chiamato Africa.

Non ci sono molti dubbi in merito: il continente diventerà sempre più importante nel futuro del mondo.

Beh, anche tu ti sarai accorto di come qualsiasi discorso sul tema rischi di finire in un campo minato. Non è facile parlare di Africa senza azzuffarsi su opposte posizioni ideologiche.

Di fatto è quasi impossibile parlarne senza incagliarsi su queste quattro parole:

  1. povertà
  2. guerre
  3. malattie
  4. migrazioni

Credo che questa mappa yankee sia fin troppo raffinata rispetto alla totale ignoranza italiota:

Credits: alphadesigner.com

L’Italia è vicina all’Africa solo geograficamente. Per precise ragioni storiche, il continente resta un luogo lontano, esotico, radicalmente incomprensibile.

Sospeso tra l’orizzonte generico “dove-andare-ad-aiutare“, gli scenari stupendi di safari e spiagge e un luogo dove sognare di arricchirsi senza scrupoli.

Troppo spesso si resta bloccati in due tifoserie: afro-pessimisti e afro-ottimisti. Stop.

Afro-pessimisti

Sono convinti che l’Africa, nell’attesa di essere “scoperta” da parte degli Europei, vivesse in un limbo preistorico.

Hanno un capobanda prestigioso, il buon Hegel, che ha messo in circolo una serie di dogmi duri a morire. Di fronte a una notizia di attualità “negativa” (dal golpe alla carestia) scuotono la testa dicendo “non ce la faranno mai”.

Niente storia = niente futuro.

Facilmente li trovi anche nel mondo della cooperazione allo sviluppo. Non ce la fanno proprio a lasciare a casa bagagli pesanti come il paternalismo (“dobbiamo insegnargli a pescare”) e un generale buonismo (“doniamo un sorriso a…” seguito dal nome di un villaggio dove, a sentire loro, piangevano tutti prima dell’arrivo dei “Salvatori Bianchi”).

Alla fine dei conti, il punto chiave di questa visione è la convinzione di una radicale specificità dell’Africa. Si parla, per esempio, di “tribù” anziché di “nazione”.

Così i massacri, durati oltre quattro secoli, tra Francesi e Tedeschi sarebbero dovuti al nazionalismo. Invece qualsiasi violenza tra pastori nomadi e contadini sedentari, conflitto classico come l’essere umano, in terra africana diventano una “guerra tribale”.

Questa squadra ha purtroppo la meglio nel Belpaese. A volte è apertamente razzista. In altri si impegna a testa bassa “per l’Africa” finanziando scuole e dispensari.

Ma in definitiva, che resti tra noi, continua a vedere gli africani come “oggetti da aiutare” in un perenne Live-Aid mediatico che ne gratifica l’ego.

Riconoscere agli africani lo status di soggetto con cui entrare in relazione è un’operazione ben più difficile meno emotivamente gratificante del regalare caramelle ai bambini.

Ma è finito, per fortuna, il tempo in cui si poteva parlare/scrivere dell’Africa senza gli africani.

Se non ne sei convinto leggi Binyavanga Wainaina e il suo “un giorno scriverai di questo posto“.

Afro-ottimisti

Questa squadra, apparentemente agli antipodi, è più giovane e scintillante. Ha visto la luce con la cover story intitolata “Africa Rising” di un giornale molto figo come l’Economist.

Ben presto tanti altri media anglosassoni hanno seguito l’esempio affrettandosi a definire l’Africa come “la nuova Cina“.

L’eldorado del business, l’ultima frontiera della globalizzazione, la cui piena inclusione nel mercato risolverebbe la drammatica impasse (leggi: sovrapproduzione) dell’economia mondiale.

Di conferenza in conferenza, di articolo in articolo, l’Africa viene presentato come un enorme mercato vergine dove realizzare profitti stellari e migliorando le condizioni di milioni di persone.

Una narrazione che peraltro, sotto i colpi del calo delle materie prime e le turbolenze politiche è stata già messa in discussione a fine 2016 dagli stessi che l’avevano inventata.

Che dire? Di certo questa squadra ha il merito di averci fatto notare che:

  1. l’Africa sta cambiando a grande velocità
  2. i fondamentali macroeconomici sono solidi (a partire dalla demografia)
  3. per crescere occorrono partnership ben più che “aiuti”

In Italia, molto a rilento, ci si imbatte in piccole narrazioni positive dell’Africa: aria nuova rispetto all’atmosfera rancida degli afro-pessimisti.

Il punto è che la realtà è molto più complessa. E chi ne discorre in termini super-ottimisti, senza mai averci messo piede, commette di norma pericolose omissioni.

Non fanno mai emergere i fenomeni meno simpatici come il land grabbing (accaparramento di grandi estensioni di terreni), le politiche commerciali ideate per strangolare il continente, la sistematica evasione fiscale di tanti operatori economici Occidentali e la loro prossimità con i peggiori leader del continente, impegnati in tutto fuorchè nello “sviluppare” i propri paesi.

Mica poco, ahinoi.

Alla ricerca degli afro-realisti

Alla fine, forse, il punto sta nel cercare chi contribuisce a superare questo sterile dibattito immergendosi nella realtà. Le sfide da affrontare sono immani e i risultati tutt’altro che scontati.

Il boom demografico in corso (ogni giorno in Africa nascono 150.000 bambini) porta con sé enormi sfide ambientali e sociali.

Afro-realismo significa prendere atto che investire in Africa è complicato. Di norma ci si scontra ancora con limiti oggettivi come:

  1. strade: sottodimensionate in città, deboli nelle zone rurali
  2. elettricità: forniture insufficienti, frequenti blackout che costringono a dotarsi di generatori
  3. internet: ancora ben lontana dalla piena accessibilità (sia come copertura che come costi)
  4. risorse umane: scarsità di competenze reali a fronte di “collezionisti di diplomi”
  5. dati statistici: di scarsa attendibilità anche quando sono presenti

Di fatto, è difficile prevedere i rischi. Giusto per limitarmi a vicende vissute in prima persona: chi pensava a episodi come l’epidemia di Ebola in Sierra Leone o all’ammutinamento dei militari in Costa d’Avorio?

Ma il continente è a un tornante decisivo della storia. E molto dipenderà dalla capacità degli africani di utilizzare a proprio vantaggio la rivoluzione digitale.

Osservando la crescente attenzione a valorizzare la propria cultura di origine e le grandi analogie tra economie della conoscenza (a reti decentralizzate) e i meccanismi di condivisione delle informazioni che erano alla base delle società precoloniali io credo che, nonostante le contraddizioni, si possano scorgere i segni di un vero Rinascimento Africano.

Saranno anni non privi di turbolenze e assestamenti anche a livello politico.

Gli interrogativi sono numerosi.

Per esempio: ci sarà una reale crescita di importanza dell’Unione Africana? Dove porterà l’integrazione regionale? Cosa succederà alle autorità tradizionali che hanno generalmente visto crescere la propria importanza negli ultimi anni di “ritiro” degli Stati centrali?

Credo che queste ineluttabili trasformazioni potranno portare solo scenari migliori per un continente che ha subito un furto colossale di futuro negli ultimi secoli (in sequenza schiavitù, colonialismo e neo-colonialismo).

Ovviamente, un grande punto di domanda riguarda i destini degli attuali stati-nazione, eredi diretti (insieme ai confini) del periodo coloniale.

Cosa succederà nei prossimi decenni?

E quindi?

L’Italia ha una posizione geografica che parla da sola. Attraversa il Mediterraneo e ci pone, volenti o nolenti, di fronte al mondo africano.

La economia italiana è peraltro complementare a quella africana.

Questa è quindi la zona del mondo da guardare nei prossimi decenni per:

  • offrire (= vendere, non regalare!) tecnologia e know-how di cui c’è una domanda crescente
  • cercare opportunità lavorative qualificate (manager, tecnici, consulenti, ecc.), contribuendo al trasferimento di competenze
  • investire creando valore e occupazione, oltre ad ottenere interessanti ritorni economici

Profondamente convinto di quello che sto dicendo ho scelto di avviare Vadoinafrica mettendo a tua disposizione la mia esperienza.

Ti aspetto in Vadoinafrica: networking group per fare rete intorno al tuo progetto personale.