Ma quanto è difficile parlare di Africa in Italia?

Se stai leggendo questo post è perché, anche tu, sei interessato all’Africa. Io non ho dubbi. Il continente sarà sempre più importante nel futuro del mondo e dell’Italia.

Beh, ti sarai accorto come qualsiasi discorso in merito rischi di finire in un campo minato. Non è facile parlare di Africa senza azzuffarsi su opposte posizioni ideologiche.

La mia esperienza è che è quasi impossibile lasciare fuori:

  1. povertà
  2. guerre
  3. malattie

Credo che questa mappa yankee sia fin troppo raffinata rispetto alla totale ignoranza italiota:

Sto dicendo bene? Mi farebbe piacere sentire la tua opinione nei commenti qui sotto o sui social 🙂

Di fatto l’Italia è vicina all’Africa solo geograficamente. Per ragioni storiche, il continente resta un luogo lontano, esotico, radicalmente incomprensibile. Sospeso tra l’orizzonte “dove-andare-ad-aiutare”, gli scenari stupendi di animali e spiagge dove trascorrere qualche giorno di vacanza e il luogo dove provare ad arricchirsi senza scrupoli.

Troppo spesso si resta bloccati in due tifoserie: afro-pessimisti e afro-ottimisti. Stop.

Afro-pessimisti

Sono convinti che l’Africa, nell’attesa di essere “scoperta” da parte degli Europei, vivesse in un limbo preistorico.
Hanno un capobanda prestigioso, il buon Hegel, che ha messo in circolo una serie di dogmi duri a morire. Di fronte a una notizia di attualità “negativa” (dal colpo di stato alla carestia) scuotono la testa dicendo “non ce la faranno mai”. Niente storia = niente futuro.

Alcuni di loro si trovano anche nel settore della cooperazione allo sviluppo. Non ce la fanno proprio a lasciare a casa bagagli pesanti come il paternalismo (“dobbiamo insegnargli a pescare”) e un generale buonismo (“doniamo un sorriso a…” seguito dal nome di un villaggio dove parrebbe tutti piangessero prima dell’arrivo della loro organizzazione).

Alla fine dei conti, il punto chiave di questa visione è la convinzione di una radicale specificità dell’Africa, parlando, giusto per fare di un esempio, di “tribù” anziché di “nazione”. Hai mai sentito parlare di “tribalismo” tra Francesi e Tedeschi, che pure si sono scannati per oltre quattro secoli?

Questa squadra ha purtroppo la meglio in Italia. In alcuni casi è apertamente razzista. Altre volte è indifferente. In alcuni casi si impegna a testa bassa “per l’Africa” finanziando progetti di scuole e dispensari. Ma in definitiva continua a vedere l’Africa come un “oggetto da aiutare” in un perenne Live-Aid mediatico.

Riconoscere agli africani di essere pienamente soggetto con cui entrare in relazione è un’operazione ben più difficile e che può essere meno emotivamente gratificante dell’aiutare un singolo bambino in difficoltà.

Ma è finito, per fortuna, il tempo in cui si poteva parlare/scrivere dell’Africa senza gli africani. Binyavanga Wainaina docet (sto leggendo proprio in questo periodo “un giorno scriverai di questo posto“, bellissimo!)

Afro-ottimisti

Questa squadra, apparentemente agli antipodi, è di più recente costituzione. Ha visto la luce con la cover story intitolata “Africa Rising” di un giornale molto figo: l’Economist. Ben presto tanti altri media anglosassoni hanno seguito l’esempio e si sono detti tutti convinti che l’Africa sia la nuova Cina. L’eldorado del business, l’ultima frontiera della globalizzazione, la cui piena inclusione nel mercato risolverebbe la drammatica impasse (leggi: sovrapproduzione) dell’economia mondiale.

Di conferenza in conferenza, di articolo in articolo, questi signori presentano l’Africa solamente come un enorme mercato dove, grazie alla (loro) tecnologia e capitali, sarà possibile realizzare profitti e migliorare le condizioni socio-economiche di milioni di persone (leggi: consumatori).

Una narrazione che peraltro, sotto i colpi del calo delle materie prime e le turbolenze politiche che stanno attraversando diversi paesi (es. Etiopia o Costa d’Avorio) è stata già messa in discussione a fine 2016 dagli stessi che l’avevano inventata.

Che dire? Di certo questa squadra ha il merito di averci fatto notare che:

  1. l’Africa sta cambiando rapidamente
  2. i fondamentali macroeconomici sono solidi (a partire dalla dinamica demografica)
  3. per crescere (economicamente e culturalmente) servono partner più che “aiuti”

In Italia, molto lentamente per la verità, alcuni interventi iniziano a raccontare l’Africa in questo modo portando un po’ di aria nuova rispetto all’atmosfera stantia degli afro-pessimisti.

Il punto è che la realtà è molto più complessa e gli amici che ne parlano in termini super-ottimisti cadono facilmente nel peccato di omissione. Non fanno infatti mai emergere gli interessi che stanno dietro a fenomeni meno simpatici come il land grabbing (accaparramento di grandi estensioni di terreni), la sistematica evasione fiscale delle aziende straniere nel continente e l’eccessiva prossimità delle stesse con alcuni indifendibili governi del continente.
Mica poco, purtroppo.

Alla ricerca degli afro-realisti

Alla fine, forse, il punto sta nel cercare chi contribuisce a superare questo sterile dibattito immergendosi nella realtà. Le sfide da affrontare sono immani e i risultati tutt’altro che scontati.
Il boom demografico porta con sé delle sfide ambientali e sociali che definire enormi è poco.

Afro-realismo significa prendere atto che, nonostante chi dica il contrario, lavorare in Africa resta molto complicato. Tranne pochi casi isolati (Sudafrica, Marocco, singoli quartieri “bene” delle principali capitali) ci si scontra con limiti che complicano la realizzazione di qualsiasi attività.

Provando a stendere una lista:

  1. strade: sottodimensionate in città, deboli nelle zone rurali
  2. elettricità: le forniture insufficiente, frequenti blackout che costringono a dotarsi di generatori
  3. internet: ancora ben lontana dalla piena accessibilità (sia come segnale che come costi)
  4. risorse umane: non sempre le qualifiche, sul campo, corrispondono alle reali competenze
  5. dati statistici: rari e difficili da verificare in parecchie situazioni

Di fatto, bisogna rendersi che è ancora difficile prevedere i rischi. Giusto per limitarmi a vicende vissute in prima persona: chi pensava a episodi come l’epidemia di Ebola in Sierra Leone o, più di recente, l’ammutinamento dei militari in Costa d’Avorio?

Allo stesso tempo il continente è a un tornante della storia. E molto dipenderà dalla capacità degli africani di utilizzare a proprio vantaggio la rivoluzione digitale.

Osservando la crescente attenzione a valorizzare la propria cultura di origine e le grandi analogie tra sharing economy e i meccanismi di condivisione delle informazioni che erano alla base delle società africane pre-coloniali penso che vedremo un vero Rinascimento Africano.

Non sarà privo di turbolenze e assestamenti anche a livello politico. Gli interrogativi sono tantissimi (Ci sarà una reale crescita di importanza dell’Unione Africana? Assisteremo a vere dinamiche di integrazione regionale? Cosa succederà alle autorità tradizionali che non hanno mai perso la loro legittimità? etc.) ma queste ineluttabili trasformazioni porteranno a scenari migliori per un continente che ha subito un furto colossale di futuro negli ultimi quattro secoli (in sequenza schiavitù, colonialismo, neocolonialismo).

E quindi?

L’Italia ha una posizione geografica che parla da sola. Attraversa il Mediterraneo e ci pone, volenti o nolenti, di fronte al mondo africano.

La nostra economia (o quello che è rimasto dopo questi anni di crisi) è complementare a quella africana.
Questa è la zona del mondo dove guardare nei prossimi decenni per:

  • offrire (= vendere, non regalare!) tecnologia e know-how di cui c’è una domanda crescente
  • cercare opportunità lavorative qualificate (manager, tecnici, consulenti, ecc.), contribuendo alla crescita di competenze locali
  • investire creando, oltre ad un ritorno economico, opportunità di lavoro decente per i locali

È spinto da queste convinzioni che ho scelto di avviare Vadoinafrica e di mettere queste riflessioni a tua disposizione.

E tu? Perché sei arrivato fino in fondo a questo articolo?
Cosa ti piacerebbe fare in o con l’Africa?

Ti ringrazio fin da ora se vorrai commentare e condividere questo post sui social 🙂

 

La mappa degli stereotipi è tratta da: alphadesigner.com

This Post Has 15 Comments
  1. Sono stato in camerum x progetto di ospedale e stato bellissimo ripartirei subito….gente povera ma felice…ho una ditta specializzata in costruzioni sanitarie, sportive, e alberghiere

    1. Grazie Alfredo! Sono convinto che le aziende come la tua siano preziose nell’innalzare la qualità delle costruzioni nel continente. Troppo spesso si sente di palazzi (anche a 5-6 piani) che crollano per imperizia/corruzione di chi li costruisce… Posso chiederti di raccontarci chi era il tuo cliente? Privato, ONG o pubblico?

    2. Vedete.l’Africa e nel silenzio chi dice che l’Africa e povera allora non ha visto l’Africa ma se sai ascoltare il silenzio e i tuoi batiti dal cuore allora sai cos’è l’Africa

  2. interessante sito, fa piacere sapere che c’è comunque qualcuno in italia che pensa e crede nel continente africano, terra delle opportunità, degli investimenti e non solo. basta con i vari assistenzialismi.

  3. Caro Martino,

    Sono veramente impressionato dalla tua equilibrata analisi sul Nostro Continente. Complimenti e continua nel tuo impegno per l’Africa!
    Con Affetto e Stima,
    Fulvio

    1. Grazie Fulvio!
      Sono io ad essere impressionato dalle parole di stima da parte tua, che considero un maestro di giornalismo dall’Africa! 🙂
      Un caro saluto,

      Martino

  4. Ciao e complimenti per la tua scelta e per l’incipit, che ben promette. Parlare di Africa ( o meglio delle tante “Afriche” che esistono nel continente) è senz’altro difficile ma, allo stesso tempo, è una grande opportunità. Sono pochi i luoghi del pianeta ove ancora oggi convivono – gomito a gomito – tradizioni ancestrali e moderne tecnologie. Valorizzare e saper mantenere entrambe è la vera sfida per il futuro e forse una delle ultime occasioni che ci vengono concesse!
    Buon viaggio, Gianfranco

    1. Grazie Gianfranco! Senza dubbio un approccio plurale dovuto alle enormi differenze dentro il continente è molto opportuno. Concordo anche sul fatto che su queste sfide ci si gioca il futuro. Non solo dell’Africa ma del mondo intero. Un caro saluto e complimenti per Sancara!

      Martino

  5. Ottimo pezzo ,giustissimo fornire una panoramica dettagliata della situazione africana un continente da valorizzare e non da depredare

  6. Ciao Martino,
    condivido il tuo pensiero. Vorrei aggiungere una cosa, penso tu abbia dimenticato una categoria che sta emergendo forse negli ultimi anni o forse esiste da un po’. Li farei rientrare a pieno titolo negli “afro-ottimisti”, ma non in termini di economia. Costoro sono quelli che pensano che l’ “Africa” (ovviamente generalizzando, tanto l’africa è uno stato non un continente con mille paesei, popoli etc…) “è il posto più bello dove vivere”: la vita è semplice, l’aria è pulita, si è tutti amici e solidali, si riscopre il contatto con la natura….. Questi miti sono tutti sfatabili uno a uno. La vita è semplice: se ti sei portato da casa quello che ti serve…; l’aria è pulita: se non stai respirando i fumi della spazzatura bruciata fuori casa, o i gas di scarico di camion e macchine che ovviamente non sono euro 5 e non usano benzina raffinata…; tutti amici e solidali..mah! in parte, spesso chi si arricchisce tende ad aspirare a stili di vita occidentali e dimentica di aiutare la propria comunità! E i bambini non sanno proprio esattamente cosa voglia dire “condividere”, come ci si aspetta (ho provato: regalato palla–> si stavano ammazzando x contendersela, regalato penna–> litigi per chi la dovesse usare…uno si aspettava che ci giocassero assieme con la palla, o che si facesse a turno per la penna…forse si impara solo dall’esperienza!); si riscopre il contatto con la natura: però se vuoi passeggiare in montagna devi portarti la guardia armata, e se vuoi andare a vedere una bellissima cascata, paghi (mente in Italia prendo e vado a farmi una passeggiata nella “natura” senza troppi problemi…). Quindi l’ “Africa” sarà bella e avrà qualità che possono aiutarci a farci riscoprire uno stile di vita più semplice e umile, però, come dici anche tu, le estremizzazioni bisognerebbe riuscire a lasciarle da parte e fare riflessioni più critiche indagando, chiedendo e conoscendo prima. Io non mi permetto di trarre conclusioni di nessun tipo, non penso di avere ancora conoscenze sufficienti per dir nulla sulla Tanzania dove vivo e nemmeno del villaggio dove sto (Sto facendo il servizio civile in Tanzania da ottobre, nel villaggio di Matembwe sugli altopiani meridionali, ci occupiamo di elettrificazione rurale…), tanto più non dovrebbe farle chi dall’Italia vede l’ “Arica” attraverso uno schermo o visite spot.
    Ciao
    Nadia

  7. Grazie Martino, le tue analisi sono sempre approfondite con intelligenza.
    Credo che le sfide che si presentano per l’Africa e il mondo intero ci mostrino soprattutto una necessità evolutiva di tipo “umano” affatto banale ma praticabile, e che potremo stupirci di come soluzioni nuove e diversificate potranno emergere da un’apertura totale alla comprensione profonda delle realtà in gioco, così come di noi stessi. Credo che il contatto con la Terra d’Africa e le sue bellezze, assurdità, potenzialità, i suoi inferni, ci costringano ad andare alla radice di ogni dimensione del vivere umano, e che sia bene imparare sempre più a compenetrarle e non più a contrapporle, alla luce del denominatore comune del valore che si vuole essere e alimentare.
    Concordo in generale sull’urgenza di cambiare la mentalità assistenzialista o distortamente cooperativista, così come sull’opportunità imprenditoriale di una certa qualità, ma non credo che sia utile insistere troppo sulla differenza tra “aiutare” e “investire”, per spingere su una sana imprenditoria, proprio in quanto gli scenari che si presentano sono complessi. Grazie alla mia attuale esperienza nell’inferno di Agbobogloshie collaborando con una NGO locale (per una campagna piuttosto originale), ho potuto osservare quale abisso ci possa essere tra progetti della cooperazione e aggiungo del “traffico di fondi ” internazionali, e quelli nati tra operose mani che ben conoscono le loro realtà ma che poca attenzione e supporto ricevono per poter sviluppare anche buone idee imprenditoriali a beneficio della popolazione più vulnerabile.
    Un abbraccio!

    1. Grazie Isabella per la tua riflessione e un saluto a “Sodoma & Gomorrah” aka “City of God” ad Accra

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