Silvia Romano

Francia in Africa: perché ho deciso di “gettare la maschera”

Frequento il continente dal 2006.

Mi sono laureato (con lode) con uno dei pochi docenti italiani specializzato sulla Storia dell’Africa:

il compianto Giampaolo Calchi Novati (1935 – 2017).

Ho trascorso, poco più che ventenne, un anno di ricerca in un quartiere periferico di Nairobi.

Durante lo stesso ho girato, con mezzi di fortuna e una buona dose di incoscienza, il Kenya 🇰🇪 e l’Uganda 🇺🇬.

Dal 2013 ho iniziato a frequentare, per ragioni professionali, i principali Paesi dell’Africa Occidentale partendo da Senegal 🇸🇳 e Costa d’Avorio 🇨🇮.

Ero in Sierra Leone 🇸🇱 quando è stato trovato il primo caso di Ebola (esperienza non piacevole…).

In questa regione ho conosciuto e affiancato centinaia di imprenditori locali, tessendo relazioni con investitori, partner, università e istituzioni locali.

La grande frustrazione dell’Africa francofona

Se c’è una cosa che ho vissuto è la grande differenza tra Africa anglofona e francofona.

Nella prima c’è un grande desiderio di farcela, nella seconda aleggia un’enorme frustrazione.

Negli ultimi anni mi era chiaro fosse solo questione di tempo.

Il bubbone sarebbe scoppiato.

Il mix di giovani urbani senza lavoro, social media, nuova borghesia (non più legata a doppio filo allo Stato) e attori emergenti (leggi Cina 🇨🇳, Russia 🇷🇺 e non solo) stava smuovendo le acque.

Per scelta, sin dall’avvio di questo blog e dell’attività consulenziale, ho scelto di concentrarmi sulla pars costruens.

Anche oggi credo che i “rivoluzionari invisibili” abbiano più efficacia di chi segue la folla per incendiare l’ambasciata o un Carrefour.

Mi riferisco gli imprenditori locali che, nonostante tutto, mantengono la visione e il coraggio per realizzare il proprio Grande Sogno Audace.

Chi opera quotidianamente per creare alternative concrete alle filiere economiche neo-coloniali ancora oggi basate su:

  • estrazione di materie prime (esportate grezze, con evasione/elusione fiscale)
  • importazione di quasi ogni prodotto trasformato (incluso il riso e il pollo!)

Assurdità ormai indifendibili di fronte alla storia e allo stesso mercato.

Se sono potute arrivare sino ad oggi è anche a causa della rappresentazione caricaturale dell’Africa come “paese poveroh” da “aiutareeh” con un RID da 10€/mese o un sacco di vestiti usati.

Bene. Nulla di questo è cambiato.

Non credo che le armi e la violenza portino lontano.

Le rivoluzioni, spesso, finiscono con grandi cambi di casacche e/o restaurazioni.

Non sono filo-putiniano né mi entusiasma il modello autoritario alla cinese ma capisco bene il loro potere attrattivo in questa zona del mondo.

Ritengo però che voltare lo sguardo lontano dall’ipocrisia dominante in questa regione sia un rimedio peggiore del male.

Se ho deciso, almeno per questa settimana, di condividere nel nostro gruppo Facebook alcune provocazioni di tipo geopolitico è perché credo che chiunque lavori con questi Paesi dovrebbe interrogarsi sul senso della sua presenza in loco.

Questi popoli non chiedono beneficienza, carità o filantropia.

Ma solo giustizia che, sinora, non hanno ancora ricevuto.

Non saremo “noi” a dargliela, bensì loro a prendersela con metodi e strategie più o meno condivisibili.

L’indimenticato Thomas Sankara disse in un famoso discorso:

Le masse popolari in Europa non sono contro le masse popolari in Africa.
Ma quelli che vogliono sfruttare l’Africa sono gli stessi che sfruttano l’Europa.
Abbiamo un nemico comune.
I singoli non potranno cambiare la storia, ma con una coscienza collettiva cambieremo la storia!

Al di là della retorica, necessaria nel ruolo, credo che sia così ancora oggi.

Chi manifesta contro la Francia o l’Unione Europa non è contro i francesi o gli europei in quanto tali.

Piuttosto contro un intreccio tra Stato e grandi imprese, diretto erede dell’occupazione coloniale, che non è mai stato smantellato.

Quali spazi per professionisti e imprenditori dall’Italia?

Ciò che possiamo fare è agevolare il superamento di questi accrocchi neocoloniali, focalizzandoci sulla creazione di alternative.

Il punto chiave, per noi professionisti e piccoli imprenditori, resta uno solo:

condividere competenze, saper fare.

Ma se ci sono i Russi, i Cinesi, gli Indiani, i Birmani non si potrà più mettere piede in quella regione!

Ma dove l’hai letto?

Pochi giorni fa un mio cliente scriveva:

A dire il vero, la politica estera dell’Unione Europea – e la “politica di occupazione” de-facto(!) o l’influenza (post)coloniale sotto la guida francese nei Paesi del Sahel ci hanno ostacolato più di quanto ci abbia beneficiato.
Attualmente ho ottimi contatti con il Ministero dell’Agricoltura del Burkina Faso e in autunno aspettiamo una delegazione a Roma e a Vienna!
In altre parole, vogliono continuare a lavorare con noi, ma alle loro condizioni. E anche questo è un bene!

Non tutti sono d’accordo?

Come diceva il buon Oscar Wilde:

Essere in disaccordo con ¾ della gente è il primo requisito della sanità mentale.

Pronti? ViA!

PS: Per approfondire il ruolo della Francia in Africa consiglio questo articolo.