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Donato Cosimato: “Ho un’azienda in Congo. E non me ne pento.”

Abbiamo visto come lavorare in Africa significhi accettare la sfida di vivere in un contesto completamente diverso, con difficoltà (e opportunità) impossibili da immaginare dall’Italia. Figuriamoci investire aprendo una propria azienda! Questo vale soprattutto se non parliamo di Johannesburg, Nairobi o Casablanca ma in uno degli paesi più difficili e affascinanti del continente: il Congo. O meglio la Repubblica Democratica del Congo (RDC, ex Zaire). Da non confondersi con il quasi omonimo confinante Congo Brazzaville.

Bene, fine della lezione di afro-geografia e andiamo a conoscere l’ospite di oggi!

Donato Cosimato, 36 anni, salernitano doc, è un ingegnere che vive in RDC da oltre dieci anni. Dopo un’esperienza di lavoro come direttore lavori per un’azienda italiana in loco ha avviato la sua attività: uno studio di ingegneria con un’impresa edile. Ci siamo conosciuti grazie all’amico Daniele Mezzana, blogger fondatore di Immagine dell’Africa (attivo dal 2004, nonostante la grafica molto semplice, lo ritengo uno dei migliori siti italiani sul continente).

Ciao Donato e benvenuto! Ci racconti come, a ventisei anni, sei arrivato nel cuore dell’Africa?

Ciao Martino! Nel 2005, dopo la laurea (Ingegneria Civile per l’Ambiente ed il Territorio) svolsi un breve apprendistato in uno studio ingegneristico a Salerno. Qui entrai in contatto con un’azienda di costruzioni, attiva sia Italia che in Africa Centrale (Ruanda, RDC e Congo Brazzaville – tutti paesi che prima di allora avevo sentito nominare solo nei documentari del National Geographic!)

Iniziai a collaborare occupandomi di progettazione e direzione lavori per impianti di energie rinnovabili (eolico, idroelettrico, fotovoltaico e biomassa). Dopo qualche tempo l’azienda vinse un importante contratto con il Ministero dell’Energia del RDC. Si trattava di raggiungere luoghi veramente impervi (poi rivelatisi quasi inaccessibili!) nei quali effettuare ricognizioni idrometriche e idrodinamiche, rilievi topografici, geodetici, demografici.

Considerando le difficoltà nel reperire personale qualificato disposto a recarsi sul posto, mi venne proposta le direzione tecnica del progetto. Senza troppo pensarci su accettai. Mi trovai così in viaggio per Beni (Nord Kivu). Prima tappa africana Kigali (capitale del Ruanda) assai più vicino al Nord Kivu di quanto lo sia Kinshasa (capitale del RDC). Di fatto circa due ore di auto sino alla frontiera di Goma, poi 45’ di aereo su un piccolo aereo (un dodici posti bi-elica) sino a destinazione.

Effettuai così tre missioni da circa venti giorni l’una, rientrando sempre a Kigali. Poi venne il trasferimento a Kinshasa (una caotica megalopoli da dodici milioni di abitanti) per avviare le attività a Boende, nel bel mezzo della foresta pluviale equatoriale (vedi foto sotto).

Dopo nove mesi di Africa sono rientrato in Italia per una breve vacanza. Ma ero già pronto a ripartire.

Come hai capito che l’Africa era il contesto dove crescere?

Per un giovane la responsabilità di dirigere dei lavori stimolanti professionalmente è molto motivante, nonché gratificante economicamente. L’impatto con un “nuovo mondo” da scoprire giorno per giorno, la possibilità di viaggiare verso mete accessibili a pochi sono stati motivi che, come un magnete, mi hanno tenuto concentrato in questo contesto. Le prospettive legate a ulteriori rilevanti contratti hanno fatto si che continuassi il mio cammino in tale direzione.

Cosa ti piace in particolare?

La possibilità di apprendere giorno dopo giorno.  Migliorarsi, crescere a livello professionale e umano.

E poi il disordine-ordinato così evidente in questo paese. Il “caos affettivo ed emozionale” della gente locale. Il caldo. I tramonti sul fiume Congo.

Cosa ti fa imbestialire?

Le zanzare. Il traffico. La corruzione.  La povertà disarmante di alcuni contesti. E quella sorta di intolleranza razziale inversa, che porta sempre e comunque a cercare di fregare il muzungu/mundele (aka uomo bianco).

Come hai fatto a capire quando era arrivato il momento di metterti in proprio?

Quando mi sono reso conto che molti clienti mi stimavano professionalmente ed avevano fiducia in me come professionista più che per l’azienda per cui lavoravo ho capito che era giunto il momento di “tagliare il cordone ombelicale”.  Ero stufo di fare gli interessi di terzi pronti a speculare sul mio duro lavoro, effettuato in contesti proibitivi per favorire realtà improduttive ma in qualche modo di “vetrina”.

Oggi sono il titolare di uno studio di progettazione e di un’impresa edileSin dal primo giorno ho avuto contratti di forniture nel settore idraulico, costruzioni e ristrutturazioni edilizie, consulenze nel settore Oil & Gas ma soprattutto progetti nel comparto delle energie rinnovabili.

E’ stato complicato avviare la tua azienda? 

Quando investi su obiettivi di cui sei il “Deus ex Machina” non ti pesa lavorare tanto. Sei spinto dalla voglia di fare e arrivare, seguendo l’istinto, senza ovviamente mai trascurare che i conti a fine mese devono tornare!

Quanti dipendenti hai?

Oggi come oggi ho una squadra di sei persone stabili nello studio di progettazione. Nei cantieri recluto operai a seconda del lavoro necessario. Nei momenti di picco ho oltre ottanta operai. Oggi come oggi ho tre cantieri aperti a Kinshasa, tre lavori per la progettazione di edifici residenziali e due contratti di consulenza per società estere.

Un consiglio a chi volesse provare a fare business in un contesto estremo come l’RDC?

Investire si, ma non a distanza! Sarebbe un suicidio. Bisogna presidiare il terreno.
Senza un appoggio e la profonda conoscenza del contesto locale, mi sento di sconsigliare ogni sorta di investimento per i neofiti di queste latitudini .

Come rapportarsi con le istituzioni?

Occorre programmare a medio/lungo termine, verificare sempre ogni minimo dettaglio, creare strutture con una gerarchia ma senza rimarcare le differenze rispetto al modus operandi locale. Il segreto è quindi cercare di integrarsi il più possibile. Mi piace dire “pensa da straniero ma agisci come un locale”.

Quali sono i settori più interessanti in questo immenso Paese?

I settori più interessanti sono, oltre a costruzioni ed energia, il legno e le miniere. Ma anche il terziario con praticamente tutti i tipi di servizi e l’import-export in generale.

Un errore che vorresti evitare se potessi tornare indietro nel tempo?

Di errori ne ho fatti tantissimi, quindi non saprei proprio cosa cambiare. Tuttavia mi piace poter dire che di rimpianti ne ho ben pochi.

Secondo te quali sono le maggiori opportunità lavorative per un giovane italiano in Africa?

Oltre alla possibilità di lavorare per organismi internazionali e ONG (che offrono comunque una certa garanzia in termini di stabilità e remunerazione), ci sono e saranno sempre più imprese italiane interessate a collaborare con giovani con tanta voglia di mettersi in gioco, disposti a trasferirsi in un contesto africano.

Un libro per provare a capire l’Africa?

Non saprei proprio, ma consigliere a tutti quelli che ne avessero la possibilità di fare un salto a queste latitudini, anche solo per una o due settimane. Basta un lasso di tempo cosi breve per vedere, conoscere e apprendere una realtà che è del tutto parallela rispetto a quella del “quotidiano” in Italia. Poi si torna e si vede la vita con una sfumatura differente.

Come (e dove) ti vedi tra dieci anni?

Direi in America Latina. Magari su un’isola, in riva al mare. Con la mia famiglia.

This Post Has 2 Comments
  1. POSSO SOLO DIRE : MERAVIGLIOSO BELLO FANTASTICO HO 56 ANNI E HO SEMPRE VISSUTO QUESTI POSTI NELLE MIE FANTASTICHE IMMAGINAZIONI …. SONO MOLTO ORGOGLIOSO DI QUESTA PERSONA … GRAZIE E SALUTI

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