Kantarama Gahigiri è regista e produttrice indipendente svizzera-rwandese. Il suo ultimo film Tapis Rouge ha ricevuto premi in Europa, Africa, USA, Sud America e Asia.

Ci ha raccontato l’affascinante percorso che l’ha portata a diventare un punto di riferimento per la giovane scena cinematografica dell’East Africa. Dal 2012 insegna cinema in Rwanda dove è anche madrina del Mashariki African Film Festival.

Prima di iniziare, l’invito ad entrare subito in VADOINAFRICA: NETWORKING GROUP, intelligenza collettiva italofona incentrata sulla realizzazione di progetti imprenditoriali e creativi.  

Benvenuta Kantarama, chi sei oggi?

Chi sono ogni giorno? Sono un essere appassionato e mi piace essere libera. Mi fido dei miei istinti. Penso di aver seguito il mio percorso sin dai primi momenti di cui ho memoria.

Provo solo ad essere me stessa.

In questo mondo malato, è forse una delle cose più difficili da fare: scoprire chi sei e rimanere fedele a questo.

Con il mio lavoro mi piace creare esperienze per il pubblico, far provare qualcosa, portare a riflettere.

Kantarama Kahigiri

Quando hai capito che volevi realizzare film?

Sono sempre stata circondata dall’arte, ma ho passato molto tempo cercando il giusto medium.

La mia ricerca è passata per la musica, il teatro, gli studi classici, un Master in Relazioni Internazionali. Fortunatamente non mi sono mai accontentata. Non potevo essere soddisfatta fino al giorno in cui mi sono trovata su un set ad aiutare un amico a realizzare il suo cortometraggio.

Ricordo di aver pensato: è questo! Questo è quello che voglio fare. Dopo quel momento, tutto era più facile, avevo un obiettivo. Ho fatto domanda per una borsa Fulbright per studiare cinema a New York.

Ce l’ho fatta e così ho iniziato a lavorare su progetti di altre persone e poi sui miei.

Quanto il tuo sguardo è legato alle tue radici familiari in Rwanda?

Le radici rwandesi sono parte di me. Sono cresciuta a Ginevra in una famiglia multiculturale che ha valorizzato entrambe le mie culture: quella svizzera e quella ruandese.

Sono stata davvero fortunata perché ho un ricco patrimonio di tradizioni. Di certo complesso, ma la base su cui ho costruito la mia prospettive sul mondo.

Piacca o meno, questo è il futuro!

Kantarama Kahigiri

Come vedi lo sviluppo dell’industria cinematografica in East Africa?

Prevedo un avvenire promettente. In East Africa ci sono persone enormemente talentuose, creative e con uno sguardo tagliente. E tantissime storie da raccontare.

Per limitarci ai primi mesi di quest’anno, Sam Ishimwe ha vinto l’Orso d’Argento a Berlino per il suo cortometraggio Imfura (che è stato il primo film ruandese in concorso).

A Cannes è stato selezionato il primo film girato in Kenya: Rafiki, di Wanuri Kahiu. Il collettivo di Nairobi The Nest ha curato un programma di cinema panafricano dentro il Rotterdam Film Festival. A Kigali mi sono occupata di Storytelling all’Africa Tech Summit, per la prima volta in Africa.

Questi sono solo alcuni esempi che dimostrano la vivacità della scena creativa locale. Tuttavia, serve un sistema migliore per supportare gli artisti dandogli più occasioni per crescere.

Gli Stati africani devono capire che è necessario investire su chi sta creando l’anima delle culture locali: artisti e creativi. Altrimenti saranno sempre altri a raccontare al mondo le storie africane, travisandone l’identità.

Kantarama Kahigiri

Kantarama con gli allievi film-maker dell’Università di Nairobi

Quali sono i piani di Kantarama Gahigiri per il futuro?

Ho in progetto un film con il mio amico Kivu Ruhorahoza. Si chiamerà “Tanzanite” e, proprio per questo, sono stata selezionata per la Realness Residency for African Screenwriters. Sarò poi al Durban International Film Festival e forse a Locarno. Vedremo…

C’è un tempo giusto per tutto. Questo è il momento di lavorare duro per far accadere le cose, uscire e poi fidarsi del processo.

Cosa ti auguri succeda nel lungo termine?

Spero che le voci africane siano ascoltate su una scala sempre più ampia, e non solo come “programmi speciali” a lato delle programmazioni principali.

Spero di vedere attori neri scritturati per tutti i ruoli, non solo per quello di tata o poliziotto (sto pensando all’Europa, ovviamente).

Spero che gli artisti africani possano finalmente essere considerati e rispettati quanto quelli di altre culture. Sogno che i Paesi africani riescano ad affrontare lo sforzo consapevole di sostenere i propri artisti, anche prima che diventino noti a livello internazionale.

Proprio per tutti questi motivi continuerò a fare film e a raccontare storie, sperando di ispirare tanti altri nel loro viaggio.