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Di fronte a persone come Kenza Isnasni puoi solo stare in silenzio. Chi ha vissuto la sofferenza più atroce e ha saputo trasformarla in germogli di speranza si ritrova una forza unica al mondo.

Attivista ambientale e co-fondatrice di Marrakech Organics, prima azienda agricola a praticare la permacultura in Marocco, ha una vita divisa in un prima e un dopo.

Lo spartiacque è il 7 maggio 2002.

Fino a quel momento la diciottenne Kenza abita a Schaerbeek (sobborgo di Bruxelles) con i genitori Ahmed e Habiba e quattro fratelli minori. Una famiglia belga di origini marocchine come tante altre. In casa si parla il francese sognando che i figli possano avere un futuro meno duro del lavoro in fabbrica.

Nel clima di crescente intolleranza successivo all’11 settembre un vicino di casa ottantenne, tal Hendrik Vyt, inizia a trasformare i suoi già noti sentimenti xenofobi in insulti sempre più pesanti.

In pochi mesi la situazione degenera e Vyt minaccia Ahmed Isnani con una pistola. Le forze dell’ordine, allertate, si limitano a fornire generiche rassicurazioni.

La sera del 6 maggio sfonda la porta di casa dei vicini. Interviene ancora la polizia, che prende nota e riparte. A quel punto gli Isnani decidono che occorre trasferirsi.

Ma è troppo tardi. Poche ore dopo, alle 4 del mattino, Vyt si introduce armato nell’appartamento della famiglia e, sparando all’impazzata, uccide i due genitori e ferisce due figli prima di suicidarsi dando fuoco all’abitazione.

Kenza deve la vita ad un altro vicino di casa, Gérard Buyk, che si arrampica sul balcone per portarla in salvo.

Un caso di cronaca che ha sconvolto il Belgio, aprendo una stagione di profondo dibattito sulle minoranze e i belgi di origini non europee.

Ma non sono qui per parlarti di cronaca o sociologia. Piuttosto per riportarti le parole raccolte in un caldo pomeriggio di Agosto scorso in un caffè di Marrakech. 

Ne è uscito un post molto più lungo del solito. Spero concorderai con me che valeva la pena arrivare in fondo.

In ogni caso ti aspetto nella nostra community Facebook.

Come hai deciso di trasferirti in Marocco?

Dopo la tragedia che ha distrutto la nostra famiglia avevo paura di non meravigliarmi più delle cose belle della vita, di restare bloccata nel buco nero dell’odio. Invece ho sperimentato il sostegno e l’accompagnamento di molte, molte, molte persone in Belgio e in Marocco.

Ho vissuto la crudeltà umana nella sua forma pura, ma ho anche sperimentato il suo esatto contrario, trovando così la forza per onorare con la mia vita la memoria dei miei.

Nel 2010, dopo sei anni di lavoro a Bruxelles presso uno studio legale specializzato in migrazioni, mi sono accorta di avere la necessità di riscoprire le mie radici.

Volevo trasferirmi in Marocco ma non sapevo come fare. Così ho iniziato a visitarlo ogni tre mesi e a farmi tante domande.

Mi sono imbattuta nel “lavoro dei sogni”: un’organizzazione internazionale mi avrebbe fornito casa, auto e tanti altri benefit se mi fossi trasferita per lavorare con loro.

Ma mi sono reso conto di aver bisogno di qualcosa di diverso. Più a contatto con il potere curativo della natura e con una visione di lungo termine.

Così ho rifiutato.

Ho comunque lasciato il lavoro a Bruxelles per proseguire gli studi in Marocco: Relazioni Internazionali all’Università Al Akhawayn di Ifrane.

Al primo semestre ero spaventata. Avevo tanta pressione addosso e non sapevo se ce l’avrei fatta. Non escludevo di tornare in Belgio.

Ma poco alla volta ho capito di essere finalmente in un contesto dove si ragionava a partire dal “Sud”. Non era più il solito discorso “loro che studiano noi”.

Ho deciso così di restare. Ho il privilegio di un passaporto europeo, dunque posso viaggiare il mondo senza limitazioni.

Ho scoperto la permacultura durante un periodo di ricerca in Senegal, Paese a cui sono molto affezionata per la grande umanità dalle persone che ho conosciuto.

Com’è nata Marrakech Organics?

La convinzione alla base della permacultura è che acqua, suolo e cibo siano profondamente correlati e che per produrre serva solo un minimo intervento umano. Si tratta di pratiche che i nostri antenati già conoscevano. Vanno solo adattate al contesto e imparate nella pratica.

Durante un workshop a Ifrane ho conosciuto Omar, ingegnere informatico con dieci anni di esperienza negli USA. Si era reso conto di come quella vita non avesse senso per lui, tornando quindi a Marrakech per occuparsi di guarire la terra e le persone.

Per farla breve, le nostre vite si sono unite scoprendo il desiderio di valorizzare le nostre radici, creare ponti tra culture e trasformare la sofferenza in cambiamento positivo.

Siamo partiti da zero mettendo insieme i nostri risparmi. Era il 2014 e volevamo avviare un’azienda agricola capace di valorizzare i metodi antichi di coltivazione in climi semi-aridi, senza pesticidi.

Oggi abbiamo otto ettari, di cui una buona parte a oliveto.

Abbiamo due collaboratori stabili e una rete di oltre cento persone del vicinato, soprattutto donne, che ci danno una mano e da cui impariamo tanto ogni giorno.

Vogliamo mettere a punto un modello che possa essere replicato autonomamente in tutto il Marocco mentre connettiamo tre aspetti per noi essenziali: la cura dell’ambiente, il ben-vivere e il dialogo tra le culture e le fedi.

Per avvicinarti alla permacultura:

La lezione più grande imparata in questo percorso?

La chiave di tutto è capire il contesto. Anche perchè non esiste il modo di imporre qualcosa a un contadino.

Qui la gente ha in mente che se non usi i fertilizzanti, non guadagni. Non puoi sperare di convincerli con le parole, ma solo con i fatti. O meglio, con i soldi.

Stiamo poco alla volta dimostrando ai contadini che, passando all’agricoltura biologica, possono guadagnare e vivere meglio.

Ogni anno alloggiano da noi circa 400 ospiti da tutto il mondo: dall’Europa, dagli USA e dal Canada oltre a tanti marocchini della classe medio-alta.

Sono tutti sono accomunati dalla volontà di lasciare la “ruota del criceto” e di cambiare vita.

Qual è la tua ricetta per chi desidera cambiare vita?

Il trucco è iniziare qualcosa. Anche solo un orto di comunità oppure una piccola biblioteca.

Ma occorre sempre partire dallo scoprire il tuo perchè.

Non bisogna mai smettere di chiedersi:

Perchè sto facendo questo? Qual è la mia missione nella vita?

Quando ho deciso di riconnettermi con le mie radici marocchine sono stata molto fortunata a trovare un mentor saggio. Una persona di cui potevo fidarmi al 100%.

Ricordo bene come al nostro primo incontro affermai di voler dare il mio contributo al Paese.

Lui mi guardò negli occhi dicendomi:

Calma. Un passo alla volta

Il denaro non è mai l’aspetto cruciale, quanto invece le idee e la determinazione di renderle realtà.

In Europa si parla sempre più di Africa: come vedi il rapporto tra i nostri due continenti nel futuro?

L’estate scorsa il Belgio ha attraversato una grave crisi idrica. Molti giardini “all’inglese” si sono seccati e alcune istituzioni hanno iniziato a contattarci per chiederci aiuto.

Le chiavi del futuro globale stanno nell’agroecologia e nella permacultura.

Il continente africano ha un grande potenziale non ancora valorizzato: la sua ricca cultura, le conoscenza delle piante medicinali, l’agroalimentare naturale.

Ma vedo un’ondata di cambiamento in corso.

Lo stesso vale per il mondo delle costruzioni: in Marocco abbiamo una solida tradizione di edifici in terra cruda, dove non serve l’aria condizionata.

Grazie alla nostra amica Aziza Chaouni, architetto canadese di origini marocchine, desideriamo contribuire alla sua diffusione globale in partnership con l’Università di Toronto.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Il mio sogno è creare un istituto di formazione per l’agroalimentare biologico e le costruzioni ecosostenibili lavorando in un’ottica di Open Innovation.

Mi piacerebbe entrare in contatto e visitare dei piccoli produttori italiani, perchè so bene che avete una varietà e una specificità alimentare unica al mondo! La trasformazione alimentare è lo strumento essenziale perchè i contadini possano veder aumentare i propri redditi.

Vorrei anche continuare a studiare in campo ambientale per riuscire a portare questi temi al centro del dibattito internazionale.

Vorresti dire qualcosa ai giovani italiani con un background migratorio che seguono Vadoinafrica?

Mi considero di terza generazione, perchè furono i miei nonni a emigrare in Belgio (peraltro insieme a molti italiani). Mio nonno, giunto alla pensione, è tornato in Marocco.

Sono cresciuta tra due culture, arricchita da questo continuo scambio ma anche esposta alle contraddizioni e alle sofferenze dei discorsi d’odio incoraggiati dai media. Su immigrati e stranieri circolano quasi solo storie negative e veniamo ancora trattati come estranei.

Questo deve cambiare.

Dalla mia esperienza un aspetto importante è la creazione di ambienti dove si possano esprimere liberamente le proprie emozioni.

Anni fa a Bruxelles ho contributo alla nascita di uno spazio così: all’inizio eravamo in dieci, siamo arrivati ad essere in 150. Giovani con un background migratorio che si confrontano sulle loro vite, le lacerazioni e i problemi.

Già solo avere un microfono e l’attenzione ti trasforma in protagonista aumentando la fiducia in te stesso, che è un ingrediente essenziale per ottenere maggior rispetto dalle istituzioni che giocano contro per un perverso mix di ignoranza e demagogia.

Dopo quel che è successo alla mia famiglia, il dibattito sulle seconde generazioni in Belgio è molto aumentato. Ma troppi politici hanno iniziato a sfruttare la storia solo per guadagnare facile consenso.

A un certo punto volevano realizzarne un documentario ma io e i miei fratelli abbiamo preteso di essere coinvolti per essere sicuri che non travisassero la storia.

Per farla breve, è andato tutto in niente.

Cosa consigli a chi vuole trasferirsi in un Paese africano?

Oggi c’è spazio per fare ciò che vuoi. Ma occorre pazienza e umiltà.

Questi sono contesti molto differenti: non puoi pensare di trasferirti dall’Europa e agire allo stesso modo.

Devo anche dire che, in pochi anni, il Marocco è molto cambiato. Oggi si parla ovunque di imprenditorialità sociale e si aprono spazi di coworking. Nel 2010 non c’era nulla!

Nel mio caso la scelta di tornare passando dall’università è stata azzeccata perchè ho avuto il tempo di capire meglio il contesto e le persone. Se non lo fai e vuoi imporre le tue idee da fuori ti mangiano.

Un giovane europeo di origine marocchina (ma credo sia uguale per qualsiasi altro Paese) è per prima cosa europeo.

Bisogna quindi evitare di compiere i classici errori dell’occidentale che arriva in Africa e, senza alcuna conoscenza del contesto (cultura e amministrazione pubblica, ad esempio), pretende che le cose girino in fretta senza manco lo sforzo di ascoltare i potenziali clienti e stendere un business plan.

Osservo una crescente “migrazione al contrario” delle terze generazioni marocchine dal Belgio e dalla Francia. Tanti coetanei lasciano il lavoro in Europa per tornare a dedicarsi alla terra in Marocco.

In Europa la gente è sempre più stanca e depressa. Nessuno ha tempo, tutti corrono per pagare le bollette aspettando la pensione.

Ma il tuo tempo è ora!

Devi trovare il coraggio di lasciare questa schiavitù, perchè tutto è connesso: ambiente e umanità.

Da dove partire?

Per farcela occorre mixare gli ideali con tanto pragmatismo. Altrimenti ci si può fare molto male.

Serve perseveranza per accettare, insieme ai lati positivi, anche i lati meno piacevoli di questi contesti. In troppi arrivano qui con la volontà di insegnare a “fare le cose giuste”. Ma occorre l’attitudine opposta, essere umili.

Anzichè partire dagli uffici delle capitali, partire dalla campagna. Non parlare ma fermarsi a osservare. Non aiutare ma fare cose insieme.

A Marrakech Organics ci proviamo. Non è mai facile, perchè nella mente dei poveri c’è da un lato l’idea che “tu sei il boss”, dall’altro la tentazione, quando capiscono che sei gentile, di fregarti.

Occorre tempo per creare fiducia, arrivare a capirsi e costruire un ambiente dove si possa davvero collaborare.

Ma con umiltà e la mente aperta potrai cambiare il mondo.

Come affrontare il clima di odio e xenofobia che pare andare per la maggiore in Europa?

Si tratta di una battaglia a medio-lungo termine. Sarà vinta solo se la scuola saprà farsi carico di questo problema.

A mio giudizio serve innanzitutto incoraggiare a parlarne: è meglio se i ragazzi esprimono ciò che hanno dentro. Solo confrontandosi apertamente si possono decostruire pregiudizi e idee distruttive.

Poi possono essere gli stessi giovani ad agire sulle famiglie di origine.

Personalmente non ho paura del cosiddetto “razzismo primario” (per capirci, chi mi dice “non mi piace perchè sei diversa/straniera”). Il vero ostacolo è il razzismo istituzionale, che anche in un Paese come il Belgio crea discriminazioni a livello di leggi e strutture.

Da ultimo, cosa pensi del fenomeno delle migrazioni?

Il rischio più grande è che i governi occidentali considerino questo tema così complesso puramente come una questione di sicurezza o di welfare.

Rispetto ai rifugiati degli ultimi anni ho visto troppi progetti pensati solo per “tenerli impegnati”: con lo sport, la musica, il teatro, ecc.

Benissimo, ma l’unico strumento capace di trasformare la vita delle persone è il lavoro. In particolare incoraggiando, chi ne ha il desiderio e le capacità (e sono più di quanto si pensi), a confrontarsi con lo strumento dell’impresa a scopo sociale.

Un percorso che trasforma il tuo sguardo dal breve al medio-lungo termine, dando la possibilità a ciascuno di costruirsi una propria prospettiva di vita autonoma.

I media hanno reso famoso (negativamente) Molenbeek. Ma grazie a questa attenzione Google ha lanciato Molengeek, primo coworking del quartiere che sta avendo un grande impatto. Ovviamente di questo non ne parla nessun telegiornale…

Per affrontare le sfide del nostro secolo c’è bisogno di grande creatività. E più si agisce localmente meglio è.

Le istituzioni, di solito, non chiedono alle persone di cosa hanno bisogno. Arrivano con le loro idee e poi… tutto fallisce entro due anni!

Ma ogni cosa inizia in piccolo. A volte basta solo un hashtag per cambiare. Non credo che bisogna focalizzarsi troppo presto sull’impatto, quanto nel fornire soluzioni pratiche alle persone.

Il mio motto personale, che consiglio a tutti, è:

fai la tua parte per far si che gli altri possano fare ciò che vogliono.

Al termine della nostra intervista a Marrakech (agosto 2018)

Ci vediamo in Vadoinafrica: Networking Group?