Giovedì 27 Luglio 2017, 10:37 di mattina.

Sul profilo Twitter di Sundar Pichai, CEO di Google, appare una foto che parla da sè:

Nel corso della giornata, Pichai ha presentato una serie di innovazioni per il mercato nigeriano:

  • uno smartphone Android che costerà 40 dollari
  • un nuovo servizio di YouTube per scaricare offline video
  • molti risultati di ricerca personalizzati sulla Nigeria (ad esempio sulle squadre di calcio locali sulle cure delle malattie più diffuse)
  • un programma per la formazione digitale di 10 milioni di africani (si va da come registrarsi su Google Maps a linguaggi di programmazione che consentano di creare prodotti locali)
  • il lancio a Lagos del primo Launchpad Accelerator in Africa

Pichai non è il primo leader di un colosso web a visitare il continente africano.

Una settimana prima Jack Ma, fondatore di Alibaba.com, aveva visitato il Kenya condividendo la sua formidabile avventura da squattrinata guida turistica a uomo più ricco d’Asia:

Al Youth Connekt Africa Summit Kigali Jack Ma ha annunciato iniziative di formazione e sostegno per le startup africane su e-commerce e intelligenza artificiale.

Ha infine completato il tour africano con qualche giorno di relax in Namibia.

Lo scorso agosto anche Mark Zuckerberg aveva visitato Lagos per “conoscere l’ecosistema startup in Nigeria” proseguendo per Nairobi allo scopo di “imparare da chi ha usato il mobile money per creare nuove opportunità”.

Come interpretare questi viaggi?

In primo luogo l’innovazione tecnologica in Africa è uno scenario del presente. Il continente è una frontiera di innovazione “mobile only” con ecosistemi in vorticoso sviluppo (anche al di là dei tre centri principali: Lagos, Nairobi e Johannesburg).

Da un lato è uno scenario di neocolonialismo digitale. Una sorta di nuovo scramble per l’Africadove i GAFAM (i colossi USA Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft) competono contro i cinesi BATX (Baidu, Alibaba, Tencent e Xiaomi). Dall’altra una situazione di grande fermento che, seppure con tanti limiti e rischi, apre opportunità locali come ho raccontato a Repubblica e RAI Radio1 Eta Beta.

In fondo, il motore principale di questo dinamismo è quello sottolineato da Pichai in Nigeria:

le persone sono la risorsa più importante di un Paese

E a Lagos (21 milioni di abitanti, in costante crescita) le persone non mancano:

Dove i bisogni primari sono innumerevoli, le opportunità sono enormi, specialmente se la giovane età media spinge a sperimentare nuove soluzioni.

Quando l’informatica entra in relazione con i veri bisogni locali, partendo dall’enorme settore informale, gli scenari che si aprono sono unici. L’Africa è il continente con la più robusta crescita dell’utilizzo di internet.

Digitale e telecomunicazioni non sono terreno di caccia esclusivo dei big. Possono essere l’orizzonte dove realizzare un progetto di startup ad alto potenziale partendo da competenze italiane.

Due esempi Made in Italy

Il caso più emblematico è VueTel, azienda di telecomunicazioni fondata nel 2008 da Giovanni Ottati, manager di Telecom. Partendo da un mercato di nicchia come il Burkina Faso oggi fattura 130 milioni di euro con un’infrastruttura di rete indipendente interamente rivolta al continente africano.

A livello di startup cito Beentouch, incubata da TIM: un software per realizzare videochiamate di qualità anche con connessioni dati deboli. Fondata nel 2014 da Danilo Mirabile e Alberto Longo, studenti di Ingegneria Informatica a Catania, ha individuato la soluzione tecnologica in partnership con diverse università africane.

Sono convinto che ci sia bisogno (e spazio) per tante iniziative come queste. Che facciano leva su tecnologia e competenze globali per risolvere problemi locali generando valore.

Occorre essere molto più curiosi e coraggiosi. E guardare seriamente le imprese locali come a potenziali partner che possono dischiudere reali scenari win-win.

Tutto questo ruota attorno ad una regola tanto semplice quando fondamentale:

un business di successo risponde a un bisogno.

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