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A livello genetico siamo tutti “africani”.

I nostri antenati iniziano a muoversi in posizione eretta e a scoprire il potere del linguaggio (per inseguire in gruppo le prede cacciate) negli altopiani dell’Africa Orientale.

Questo, più o meno, lo sanno tutti.

Meno noto invece è il legame culturale del mondo classico (Greci, Romani e pure gli Ebrei) con l’Egitto faraonico, una delle più fiorenti civiltà della storia africana.

La stessa Roma imperiale ha una dinastia “africana”: quella dei Severi (Settimio Severo e il figlio Caracalla, originari dell’attuale Libia) e intellettuali come Apuleio e Agostino d’Ippona, entrambi berberi dell’odierna Algeria.

Per tutto il Medioevo, Europa e Africa/Medio Oriente vivono contatti sostanzialmente paritari: battaglie vinte e perse, prigionieri e schiavi su entrambi i fronti, ma anche reti commerciali e fitti scambi culturali.

Imporante notare come i primi navigatori portoghesi che scendono le coste africane lungo il Golfo di Guinea non esitano a riconoscere l’esistenza di soggetti politici locali (regni, autorità e capi) con cui stringere accordi e trattati.

Ancora nel Rinascimento esistono diplomatici, accademici, militari e artigiani africani in Europa.

Neri rinascimento

The Three Mulattoes of Esmeraldas (1599), autore sconosciuto.

Dall’età moderna in poi, cambia qualcosa.

L’avvento del sapere scientifico, armi da fuoco più potenti e la scoperta del chinino (potente anti-malarico) portano alla netta superiorità militare europea.

Al commercio di schiavi trans-sahariano e orientale si aggiunge la tratta atlantica (10-20 milioni di deportati nelle Americhe) che dura oltre tre secoli. Per giustificarla si arriva a teorizzare l’esistenza di “razze” lungo un asse di inferiorità-superiorità.

Si arriva alla rivoluzione industriale: non servono più schiavi ma materie prime.

Pochi anni dopo l’abolizione della schiavitù (1814-30), le potenze europee dell’epoca si spartiscono l’intero continente africano (eccetto Etiopia e Liberia, in orbita USA) durante la Conferenza di Berlino (1884-85).

Lo “scramble for Africa” (ph: legit.ng)

Inizia quindi il colonialismo che include il primo genocidio del 20° secolo (tentativo tedesco di sterminare gli Herero, nell’attuale Namibia) e l’aberrante parentesi dello Stato Libero del Congo di Leopoldo II del Belgio (popolazione dimezzata in vent’anni).

Giustificata come missione civilizzatrice” per debellare il turpe schiavismo”, l’occupazione coloniale include due guerre mondiali i cui due vincitori (Regno Unito e Francia) sono tali anche per l’aiuto ricevuto dalle proprie colonie in termini di soldati e materie prime.

Dal 1947 (India) inizia la decolonizzazione: gli europei si ritirano “a casa loro”.

Dopo il Ghana (1957) e la Guinea Conakry (1958), il 1960 è l’anno dell’Africa con ben 17 Stati a raggiungere un’indipendenza spesso più formale che sostanziale: Stati, amministrazioni, economie sono infatti diretta eredità del periodo coloniale.

Insomma, l’Europa ha qualcosa in più di uno scheletro nell’armadio verso l’Africa.

Un’eredità nell’inconscio collettivo occidentale

Questo recente passato, spesso poco noto, condiziona ancora fortemente il pensare e l’agire dell’Europa nei confronti del continente africano.

Oscillando tra rimozione/negazione e auto-flagellazione, l’Occidentale in Africa (spesso anche se di origini africane) rischia sempre di:

  • percepirsi come importante e centrale (il “Mal d’Africa”)
  • sentirsi in colpa o inadeguato
  • voler sviluppare, aiutare, sostenere, cambiare, rieducare
  • odiare e amare, esaltare e disprezzare

Sono spesso poco più di pulsioni inconsce che, a mio parere, è opportuno guardare bene in faccia se si desidera aprire nuove prospettive di inter-azione tra Europa e Africa (e non solo).

Anche perchè gli africani, che scemi non sono, utilizzano questi complessi “ereditari” per ottenere piccoli vantaggi in un mondo che, complessivamente, li disprezza.

Insomma, il contentino di farti sentire la Karen Blixen 2.0 per fregarti al momento giusto.

La mia africa

Credo che oggi sia necessaria andare oltre a “La Mia Africa”. Può aiutare leggere Ngugi wa Thiongo che afferma:

La Mia Africa è uno dei libri più pericolosi mai scritti sul continente. Proprio perchè la scrittrice danese era abile con le parole e i sogni. Il razzismo di questo libro è attraente, perchè è persuasivamente presentato come amore. Ma è l’amore di un uomo per un cavallo o un animale da compagnia.

Rimanere avviluppati sul senso di colpa non consente, di per sè, di renderci conto di far parte di un’unica famiglia umana, uguale nelle sue diversità.

Se non provi a superare il “fardello dell’uomo bianco” nell’Africa contemporanea incontri (e incontrerai) sempre più disprezzo, mascherato dietro plaudenti battimani.

Dalla mia esperienza, un miliardo di giovani africani chiedono piuttosto:

  • ascolto (anche se dicono qualcosa di diverso da quello che si vorrebbe sentire)
  • scambi dove guadagnino entrambe le parti
  • serietà e quindi ottica di lungo periodo

Come sempre poi fate vobis, basta che non venite nella Community a frignare.

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