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Startup africane: tra mito e realtà

startup africane

Nonostante in Italia prevalga una narrazione ancora molto incompleta sull’Africa, negli ultimi anni si è gradualmente diffusa la moda, ogni tanto, di parlare di:

STARTUP AFRICANE

Prima di tutto una questione terminologica. Cos’è una startup? Secondo la definizione di Steve Blank, forse il massimo guru sul tema:

Una startup è un’organizzazione creata in cerca di un business model ripetibile e scalabile

Di conseguenza quando si parla di “startup africane” NON si dovrebbe includere chi apre una bancarella per vendere frutta e verdura o chi inventa soluzioni tanto curiose quanto inapplicabili commercialmente. Non è scontato. Perchè non c’è come spostare l’obiettivo verso l’Africa per giustificare esotismi e imprecisioni.

Limitando quindi il campo alle nuove imprese tecnologiche, provo a mettere in evidenza alcuni rischi dell’attuale narrazione del fenomeno.

La carica degli “imprenditori seriali”

startup africane

Ormai le iniziative a favore delle startup africane spuntano come funghi: una buona parte di queste sono “business competition” che assegnano premi (spesso sotto forma di grant) alle nuove imprese.

Tra le più importanti cito:

Lavorando in E4Impact (spin-off dell’Università Cattolica dedicato alla formazione di imprenditori africani) ho avuto modo di osservare da vicino luci e ombre di questo proliferare di iniziative.

Da una parte è diventato più facile trovare supporto (denaro, formazione e contatti) per avviare una nuova azienda rispetto anche solo a cinque anni fa. Fare impresa non è più riservato ai “cugini-del-presidente” o all’alta borghesia (i cui rampolli si concentrano in alcuni settori, tra cui quello delle materie prime).

L’aspetto meno positivo è forse l’enfasi eccessiva nel “lanciare nuove imprese” rispetto al “farle crescere”.

Conosco svariati giovani imprenditori africani che, ogni sei mesi, si lanciano in una nuova iniziativa. Questo perchè i loro progetti sono più pensati per vincere premi che per trovare clienti!

L’ecosistema “a sostegno” degli imprenditori rischia, a volte, di raccontare il fenomeno portando una distrazione rispetto ai problemi reali che si vorrebbero risolvere.

Giusto per capirci, si finisce involontariamente in questa situazione:

startup africane

Zuckerberg? Non qui, non ora

I media non aiutano, concentrati solo su una narrazione sensazionalistica ed episodica delle startup africane, peraltro usando solo modelli e punti di vista occidentali.   

Sono molto d’accordo con Sadibou Sow, fondatore senegalese di afriqueitnews.com, quando dice:

Smettetela di cercare il prossimo Zuckerberg in Africa. Mark non sopravviverebbe un giorno qui

La realtà degli “ecosistemi” africani vede, un po’ ovunque, lottare le nuove imprese tecnologiche contro ostacoli non indifferenti tra i quali:

  • scarsi capitali di rischio (per capirci sono stati investiti in startup 366 milioni di dollari lo scorso anno in tutta l’Africa. Nella sola Silicon Valley… 25 miliardi!)
  • pochi “mentor”: gli imprenditori locali di successo sono pochi e ancora troppo occupati nel sviluppare la propria impresa per poter aiutare quelli più giovani
  • ruolo della legge ancora molto migliorabile: gran parte dei paesi africani soffrono di un’inadeguata tutela della proprietà intellettuale 
  • penuria di talenti: multinazionali e grandi ONG rendono la vita difficile (perchè pagano ottimi salari) a chi cerca competenze specifiche non facilmente reperibili sul mercato

Più Brianza, meno Silicon Valley?

La voglia di fare, la capacità di arrangiarsi e la creatività africane sono doti indubbie e tangibili. Nonstante alcuni eccessi, tra i quali citerei la mancanza di umiltà di alcuni founder attratti più dallo status (es. targhetta da CEO sulla scrivania o autista personale) che dallo scopo di servire il cliente.

In questo senso penso che sarebbe prezioso che i giovani imprenditori africani si ispirassero un po’ meno alla Silicon Valley e un po’ di più alla Brianza o all’Emilia Romagna degli anni ’50-’60. Meno convegni, interviste e tweet. Più sostanza e maniacale attenzione alla qualità del prodotto/servizio.

Anni di lavoro gomito a gomito con le startup africane sono stati, per me personalmente, una grandissima opportunità di ispirazionecrescita personale.

Come osservava Antonello Bartiromo, partner di dpixel che ho avuto l’onore di guidare in un’esperienza sul tema a Kampala: 

Qui ho rivisto il mio concetto di “resilienza” che è uno degli elementi che cerchiamo nei team imprenditoriali in Italia. Ecco, quella dei nostri è nulla di fronte a quella dei giovani africani che si confrontano quotidianamente con una realtà che offre ancora poco, ma nonostante questo perseguono con entusiasmo il loro sogno imprenditoriale.

startup africane

Il dinamismo imprenditoriale del continente più giovane del mondo rappresenta, ancora una volta, un’opportunità. I giganti del web (che non sono certo dei filantropi) l’hanno capito molto bene.

Il mondo delle PMI (piccole-medie imprese) italiane molto meno. Fermo com’è a una visione stereotipata del continente, si blocca quasi sempre su due posizioni opposte:

  • alcuni guardano l’Africa solo come a un’orizzonte dove fare “beneficienza”, con il risultato di non riuscire a cogliere concrete opportunità
  • altri ritengono che, in quanto autoproclamati campioni del “Made-in-Italy”, in Africa debbano automaticamente avere le strade spianate, dimenticandosi che sono mercati complessi, che non premiano il “mordi-e-fuggi” e comunque sempre più affollati di attori economici non occidentali (Cina, India, Emirati Arabi, Turchia, ecc.)

Perchè invece non guardare alle startup africane per imparare come adattarsi al cambiamento e stringere partnership con alcune di loro per cogliere opportunità win-win?

Ti interessa il tema? Ne ho parlato al Workshop 2017 di Africa Rivista. Trovi il video sulla pagina Facebook di vadoinafrica.com.

Da ultimo, ti piacerebbe stringere relazioni negli ecosistemi startup africani? Entra subito nel gruppo Vadoinafrica: networking group!

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