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Vivere e lavorare in Africa: 7 miti da sfatare

Il nostro Paese sta vivendo tempi difficili. Ingessato in un passato che non tornerà, tragicamente impantanato in una crisi che è prima di tutto assenza di una visione condivisa di futuro, nel solo 2016 oltre 115.000 italiani hanno scelto di emigrare. Persone di tutte le età, estrazione sociale e background professionale.

Pensare di lavorare in Africa è una frontiera ancora estrema, scarsamente esplorata in Italia se si eccettuano le nicchie della cooperazione (ONG), del settore estrattivo o infrastrutturale (piattaforme petrolifere e grandi cantieri) e del turismo di massa (villaggi).

Questo perché la nostra mente è bloccata su due opposte ideologie: Afro-pessimismo e Afro-ottimismo. Una grande inerzia impedisce una visione “equilibrata” di quel complesso universo a Sud del Mediterraneo, che anno dopo anno diventa sempre più importante.

Nel post di oggi cerco di sfatare alcuni dei principali “miti”. Tutti captati in prima persona in oltre dieci anni di frequentazioni africane.

Sei pronto? Partiamo!

1. In Africa posso fare qualsiasi cosa

FALSO. È duro a morire il sogno del “mollo tutto e vado in Africa” pensando che sia semplice avviare un’attività o trovare un lavoro solo perché si è bianchi!

Bene, per non farsi del male è meglio togliersi subito questa convinzione. In molti paesi è praticamente impossibile ottenere un visto per lavoro se non si è già in possesso di un contratto di lavoro o si dimostra di poter investire del capitale proprio. In generale, come ovunque, per ottenere qualche risultato è necessario:

  1. Avere esperienza e passione per ciò che si fa
  2. Lavorare duramente (ancora più che in Occidente)
  3. Conoscere e rispettare le leggi e consuetudini locali

2. Vado in Africa così guadagno tanto

DIPENDE. Da cosa fai e per chi. I pacchetti retributivi da expat di una multinazionale (o un’organizzazione internazionale del sistema UN) in Africa sono ancora molto generosi. Tieni conto comunque dei costi associati al vivere stabilmente in loco con uno stile “occidentale” (punto n° 3). Cambia molto se sono interamente coperti dal tuo datore di lavoro o meno!
Se cerchi lavoro in loco (cambia poco se per un’azienda profit o una ONG) le condizioni sono assai differente. Non puoi aspettarti, a priori, trattamenti di favore rispetto ai locali qualificati (e spesso MOLTO qualificati, anche con studi e lavoro in Europa, USA o Cina). Quello che fa la differenza è solo l’esperienza e la capacità di creare valore, NON più il colore della pelle o il passaporto.
Avviare una propria impresa in Africa, oggi, rappresenta l’opportunità principale di unire un VERO successo economico a REALE impatto sociale (per il principio: Don’t Start a Business, Solve a Problem”)

3. Vivere in Africa costa poco

FALSO. Tutti sanno che i locali vivono, a volte, con l’equivalente di poche centinaia di euro al mese. Pochi immaginano i sacrifici e la resilienza necessari. Se anche tu dai per scontato una casa di una certo comfort, sicurezza e servizi (e NON sto parlando di autisti e servitù in livrea ma di confort ritenuti del tutto normali nel mondo “sviluppato”) preparati a un costo della vita mediamente superiore all’Europa. Senza arrivare al caso eclatante di Luanda (per diversi anni la città più cara al mondo) il costo del vivere in una città come Nairobi si può paragonare tranquillamente all’Italia.

Non ci credi? Prova questo utile tool di comparazione del livello dei prezzi.

Questo si sente in particolare quando si hanno figli in età scolare. La scuola pubblica ha ovunque standard bassi. Le scuole internazionali costano un occhio della testa.

4. Vivere in Africa è faticoso (più che lavorarci)

DIPENDE. L’incontro con altre culture non è mai banale e scontato. Richiede in primo luogo un lavoro su noi stessi, per capire meglio chi siamo e qual è la nostra storia. In secondo luogo uno sforzo per cercare di comprendere l’altro e il suo mondo valoriale che spesso, all’inizio, appare irrazionale e quindi incomprensibile.

Allo steso tempo, la mia esperienza è che oggi non è così arduo VIVERE in buona parte delle città africane: i servizi come sanità, scuole, ecc. si trovano. Sempre a patto di poterseli permettere. Nel tempo libero con un po’ di curiosità e inventiva si può trovare di tutto, dall’arte allo sport, dalla musica al cinema.

L’aspetto più difficile resta proprio LAVORARE in un contesto culturalmente differente dal proprio, soprattutto quando si ha un Headquarter occidentale (di nuovo, poco cambia se impresa o ONG) che ragiona con procedure e modalità distanti dal contesto locale. Occorre una dose infinita di pazienza e grandi capacità di adattamento. Altrimenti, prima o poi, si va in burn-out!

5. Parlo inglese (o francese/portoghese). Mi basterà

DIPENDE. Ovunque in Africa la lingua “ex coloniale” è preponderante in ambito lavorativo (grande differenza con buona parte dell’Asia). Ma pensare di essere pienamente efficaci senza investire energie per conoscere la cultura e un minimo di lingua locale è una forte presunzione. Destinata fatalmente a tradursi in minor empatia e fiducia dei colleghi locali. La differenza nel saper trasmettere una visione condivisa al team passa spesso dall’umiltà dimostrata nel confrontarsi con una lingua africana.

Intendiamoci, mi riferisco alle lingua cosiddette “vernacolari”, cioè quelle parlate in strada (es. Kiswahili in Kenya e Tanzania, Amarico in Etiopia, Wolof in Senegal, ecc.) di norma differenti (e molto più semplici) dalle “lingue madri” parlate in casa (es. Kikuyu, Dholuo, Kikamba, e altre 65 lingue limitandoci solo al Kenya!)

6. Alla fine tutti i paesi sono uguali

FALSO, tremendamente FALSO. L’Africa sia un unico contenitore, un unico mercato indistinto è molto radicata. E porta a volte a sentire progetti di trasferirsi in paesi del  tutto improbabili (es. il Burundi o il Congo Brazzaville) seguendo fantomatici “contatti locali”.

L’Africa è enorme e variegata. Conviene studiarne bene le differenze tra aree regionali e i singoli paesi (e, aggiungo, zone all’interno dei paesi) per pianificare un progetto di vita e lavoro che possa funzionare.

7. Vanno bene solo i paesi “fighi”

FALSO anche questo. Non c’è dubbio che alcuni paesi siano più semplici e attraenti. Parlo ovviamente di:

  • Sudafrica: clima quasi mediterraneo, infrastrutture e servizi di livello occidentale portano a dire che “il Sudafrica non è in Africa”. È il paese con la più grande comunità di italiani residenti (oltre 31.000 iscritti all’AIRE). In questi ultimi mesi sta attraversando una difficilissima congiuntura la cui soluzione non è affatto chiara;
  • Marocco: indubbiamente il paese del Nord Africa più interessante, anche per lungimiranza della sua monarchia. Insieme alla Tunisia destinazione di molti investimenti/trasferimenti italiani in Nord Africa;
  • Kenya: ha ottime infrastrutture e forti legami sia con il mondo anglo-americano (giusto un esempio personale: Facebook si è diffuso prima tra i giovani di Nairobi che tra i milanesi!) sia con quello cinese e indiano;
  • Ghana e Senegal: entrambi con una lunga storia di pace e stabilità, peraltro non legata a “uomini forti” al governo.

Allo stesso tempo, questo non significa che contesti più “di frontiera” non possano essere dei punti di partenza per un progetto solido.

Parlo ad esempio del gigante Nigeria,  tanto difficile quanto imprescindibile sul piano economico e culturale (oltre 180 milioni di abitanti, da qualche anno prima economia del continente). Ma anche di micro-paesi “sexy” come può essere il Ruanda (che sta diventando un vero hub ICT nell’Africa Orientale) o altri assai più “di frontiera” come il Malawi che, con grande pazienza, può diventare la base per costruirsi una propria unicità. È questo il caso degli amici di African Wild Truck, che hanno fatto della natura inesplorata di quel paese, della pace sociale e della sua posizione centrale in Africa Meridionale i fattori chiave del successo di un bel progetto di turismo responsabile.

Ovviamente, non si può paragonare la capacità di adattamento necessaria nel vivere e lavorare in un contesto come il Malawi rispetto a Johannesburg o Nairobi!

Anche qui NON ci sono ricette “one fits all”.

Secondo la mia esperienza tutto alla fine si riduce a:

  1. definire bene cosa si vuole fare e PERCHE’
  2. studiare un po’ e poi AGIRE (studiando, facendo network grazie alla rete, facendo un viaggio da turisti ma con gli “occhi aperti”)

Che ne pensi? Sei d’accordo? Ho preso delle cantonate?

Lascia qui sotto il tuo punto di vista e, se possibile, CONDIVIDI questo post per stimolare una discussione.

Grazie e a… presto! 🙂

This Post Has 6 Comments
  1. Concordo con quanto hai scritto, in particolare che vivere in Africa non costa poco. Sono stata più volte in Madagascar e non nella parte turistica, e posso assicurare che la benzina costa circa 1euro al litro ed anche i prezzi al supermercato non sono molti diversi dai nostri, anzi spesso sono più alti perché sono quasi tutti prodotti importati. Ma loro come fanno a vivere con meno di 100 euro al mese? Primo non hanno l’auto e si spostano a piedi o con i bus locali (quelli sì costano poco, ma spesso sono mezzi vecchi, pneumatici lisci, pulci a volontà …), mangiano riso e verdure che hanno nell’orto e che comprano al mercato, ma niente di “confezionato”, neanche l’acqua, comprano scarpe e vestiti alle bancarelle dell’usato. Se poi abitano in campagna, non hanno da pagare nessuna bolletta perché non hanno nessun servizio. Anche i piani tariffari dei cellulari sono più costosi rispetto ai nostri.
    D’altra parte è un paese che offre molte possibilità per chi voglia investire e creare posti di lavoro anche in settori diversi da quello turistico.

    1. Grazie Sabina! Molto interessante il tuo contributo sul Madagascar (paese che personalmente non ho ancora visitato ma immagino quanto sia affascinante). La situazione che descrivi, con le dovute eccezioni, è una costante nel continente. Un caro saluto, Martino

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