Cina in Africa. All’indomani del 7° Forum on China Africa Cooperation (FOCAC), i media pullulano di notizie e opinioni sui rapporti sino-africani. Insieme a resoconti e analisi approfondite, dilagano miti e falsità.

Non è una novità!

Le relazioni tra Cina e Africa sono oggetto di critiche, elogi e stereotipi a partire dal 2000, quando hanno cambiato passo.

Le critiche riguardano di solito la politica cinese di non interferenza, ovvero la scelta di dialogare anche con Stati autoritari, lo sfruttamento delle materie prime e l’indebitamento del continente africano.

Gli elogi ruotano attorno al pragmatismo del modello di sviluppo cinese (opposto al paternalismo occidentale) e all’idea di ‘cooperazione’ piuttosto che di ‘aiuto’.

I luoghi comuni sono conseguenza della scarsa conoscenza reciproca tra cinesi e africani e dei timori occidentali nei confronti di una Cina ormai sempre più vicina al ruolo di leader mondiale.

Le relazioni sino-africane sono complesse. La Cina in Africa non tesse solo relazioni economiche ma anche politiche, militari, culturali, ambientali e sanitarie. Terreni sconosciuti, dove i dati non sono facilmente reperibili. Non è quindi infrequente assistere a improbabili speculazioni.

Di seguito provo a sfatare i cinque luoghi comuni più diffusi quando si parla di Cina in Africa.

1. La Cina decide, l’Africa segue

C’è un evidente squilibrio tra un paese (la Cina) e un continente (l’Africa). Questo fa pensare che l’Africa non possa rifiutare le offerte di sostegno cinesi, avviandosi passivamente alla dipendenza.

Ma se il gap macro-economico è innegabile, è falso ritenere l’Africa sempre e comunque in posizione subordinata. L’idea che la Cina decida e l’Africa segua nasce dalla convinzione, assai radicata, che i contesti africani siano spazi ‘vuoti’ o comunque ‘deboli’ dove gli attori esterni possano muoversi a loro piacimento.

È un preconcetto che tende a sminuire la capacità di decisione e azione (la cosiddetta agency) degli africani e che implicitamente sostiene che questi ultimi siano facilmente sedotti dalla Cina o dal miglior offerente.

Ma anni di ricerche hanno dimostrato che gli africani hanno molto più potere di quel che si va dicendo.

Questo non emerge dalle comparazioni statistiche ma piuttosto dall’osservazione delle interazioni quotidiane tra cinesi e africani. Nelle singole negoziazioni tra Stati e imprese emergono capacità africane, modalità e logiche di interazione peculiari nonchè l’esistenza di spazi già ‘pieni’ in cui la Cina viene (o non viene) inserita.

Osservando queste dinamiche, peraltro, si giunge ad una conoscenza più sofisticata dei numerosi attori cinesi e africani, che non sono tutti uguali nè per capacità nè per interessi.

Cina in Africa

Foto di gruppo a FOCAC 2018

2. Alla Cina interessano solo le materie prime

La Cina in Africa ha un interesse vitale nelle materie prime (come del resto molti altri Paesi), essenziali per alimentare la sua crescita economica. Ma le attività della Cina in Africa sono ben più vaste del settore delle risorse naturali.

I cinesi investono in infrastrutture e costruzioni (30% degli investimenti cinesi) prima che nell’estrazione (25%), ma anche nella manifattura (12%), nei servizi finanziari (11%), nella tecnologia (5%) e in molto altro (tra cui sicurezza, educazione, sanità, ad esempio).

Questa diversificazione non è solo dettata da considerazioni economiche. Con l’incremento della presenza cinese in Africa sono infatti emersi dissapori tra cinesi e locali. In numersi contesti la Cina è stata accusata, a volte animosamente, di non contribuire a sufficienza alla creazione di posti di lavoro, di crearne senza rispettare i diritti dei lavoratori, o ancora di invadere i mercati africani con prodotti di bassa qualità.

La Cina ha risposto aumentando le proprie attività in settori ‘soft’ come l’educazione, la sanità e i media. Mostrandosi meno ‘aggressiva’, più aperta al dialogo e trasparente la Cina spera di poter conquistare cuori e menti assicurando stabilità nelle zone di suo interesse strategico.

Per raggiungere l’obiettivo, il ‘soft power’ è stato integrato da un crescente attivismo militare della Cina in Africa: nel 2017 è stata aperta la prima base militare cinese in Africa, mentre nel continente ci sono ormai oltre 2.000 militari cinesi come caschi blu oltre a svariate iniziative di cooperazione bilaterale in materia di anti-terrorismo e pirateria.

La sicurezza di investimenti, mercati e rotte commerciali è diventata così un interesse cruciale della Cina in Africa.

Cina in Africa

3. Pechino è il primo investitore in Africa

Falso. I media confondono spesso scambi commerciali con investimenti. Se la Cina è dal 2009 il primo partner commerciale del continente africano, il suo portfolio di investimenti è ancora relativamente modesto.

Nel 2002 il valore del commercio tra Cina e Africa era poco più di $10 miliardi. Sette anni dopo aveva raggiunto i $90 miliardi (scalzando gli USA) per arrivare, nel 2014, al picco di $220 miliardi. Negli ultimi anni, complice l’abbassamento dei prezzi delle materie prime e l’incremento dei partner commerciali della Cina fuori dall’Africa (soprattutto lungo la rotta terrestre delle nuove vie della seta) questo valore è sceso attestandosi, nel 2017, a $170 miliardi.

A livello di scambi commerciali l’Africa vale solo il 5% del commercio estero cinese. Ma gran parte dei Paesi africani hanno grandi deficit commerciali con la Cina. Nel 2016, solo 12 paesi su 54 segnavano un surplus commerciale (Angola, Rep. Centrafricana, Chad, Repubblica del Congo, RDC, Guinea Equatoriale, Eritrea, Gabon, Niger, Sud Sudan, Zambia, Zimbabwe). Tutti gli altri erano in deficit.

Per rispondere alle critiche a FOCAC 2018 la Cina ha lanciato un fondo speciale per aumentare le importazioni di prodotti africani diversi dalle materie prime.

Per quanto riguarda gli investimenti, lo stock di USA ed Europa è di gran lunga maggiore rispetto a quelli cinesi in Africa. Questo è del tutto comprensibile, perchè la Cina ha iniziato ad investire più tardi. Tuttavia, per quanto riguarda i flussi, quelli cinesi sono aumentati (record di $38,4 miliardi di nuovi investimenti nel 2016), mentre quelli USA sono in diminuzione negli ultimi dieci anni.

4. Il governo cinese è l’unico attore della Cina in Africa

Il governo di Pechino ha trainato le relazioni sino-africane per quasi un decennio. Gradualmente si è reso conto che le sue politiche, create ‘a tavolino’ con scarsa conoscenza dei diversi contesti africani, si scontravano con le realtà in cui dovevano essere implementate.

Da un lato i molteplici scenari africani imponevano la negoziazione con variegati interessi, dall’altro i cittadini cinesi espatriati e le imprese cinesi non-statali risultavano sempre meno controllabili dal governo cinese, compromettendone a volte la reputazione.

Quindi, se è vero che Pechino ha una sua Africa Policy, la fase di implementazione passa attraverso negoziazioni e attività che coinvolgono una miriade di attori (cinesi, africani e internazionali) ed è quindi impossibile parlare di un’unica Cina in Africa.

Cina in Africa

5. Il debito cinese sta mandando l’Africa in bancarotta

Molte sono le opinioni a riguardo. I dati mostrano che la Cina possiede percentuali variabili di debito pubblico africano. Secondo il China Africa Research Initiative (CARI) ci sono oggi solo tre paesi africani a rischio default a causa di prestiti cinesi: Gibuti, RDC e Zambia.

In tutti gli altri Paesi la percentuale del debito posseduta dalla Cina in Africa è bassa (es. Capo Verde o Burundi) oppure, pur significativa, non supera quella di altri creditori quali i Paesi OECD, quelli del Golfo o altre istituzioni multilaterali.

Se notare il rischio non è affatto insensato, è fondamentale contestualizzare i dati in maniera comparativa.

Tre libri per approfondire l’argomento Cina in Africa:

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