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Sarda di Alghero, Elisabetta Demartis vive da quattro anni in Senegal occupandosi di agricoltura, innovazione tecnologica e turismo sostenibile.

A 32 anni è co-fondatrice di tre diverse iniziative:

  • Agritools, piattaforma di mappatura e divulgazione di iniziative agritech africane
  • Yesaal Agrihub, spazio di formazione e incubazione agritech a Thies (70km a Est di Dakar)
  • Enjoy Agriculture, impresa sociale che promuove esperienze di agri-turismo nel continente

 

L’abbiamo intervistata alla vigilia di Africa Talks 2019, convegno annuale sull’innovazione africana che si tiene lunedì 25 marzo a Milano.

Benvenuta Elisabetta, cos’hai studiato prima di partire?

Triennale in Teorie e Tecniche dell’Informazione (Università di Sassari) e una grande passione per l’ecologia e l’economia nata durante l’Erasmus in Irlanda del Nord.

Ho proseguito con una specialistica in Sviluppo, Ambiente e Cooperazione all’Università di Torino scoprendo il potenziale dell’informatica applicata all’agricoltura nel continente africano.

Sono stata in Kenya per fare ricerca per la tesi, poi in Senegal con un progetto di mappatura delle soluzioni digitali per l’agricoltura.

Era il 2014 e, da quel momento, sono tornata in Italia solo per le ferie.

Quali esperienze dopo la laurea?

Mi sono resa di quanto ci fosse da scoprire, da capire e da imparare dall’Africa, dove un sacco di giovani stanno utilizzando gli strumenti digitali per risolvere le sfide del settore primario.

Ho scoperto un mondo ad alto potenziale e ho deciso di approfondire la conoscenza di questo settore.

La mia prima idea è stata quella di provare a mappare queste realtà facendone parlare i media europei.

Agritools nasce così, grazie a un finanziamento da Journalism Grants che mi ha consentito di raccontare, insieme al videomaker Sandro Bozzolo, realtà incontrate in Senegal, Ghana, Kenya, Uganda e Olanda.

Ho svolto il Servizio Civile in Senegal con LVIA e questo Paese è diventato la mia casa permanente, convinta di poter dare un contributo ad innescare processi positivi.

Come avete lanciato Yeesal Agrihub?

Lavorando con LVIA ho conosciuto tantisimi giovani imprenditori, ricercatori, agronomi, informatici, esperti in permacoltura e agroecologia. Ci siamo accorti della necessità di una riflessione più sistematica sui problemi che affliggono il mondo rurale senegalese e sulla messa a terra di possibili soluzioni.

Così, nel marzo 2016 abbiamo promosso il primo hackathon agricolo dell’Africa dell’Ovest lavorando su tre problemi molto sentiti:

  • la produzione e la commercializzazione del latte fresco,
  • l’accesso alla terra,
  • la promozione dei prodotti locali e biologici.

Abbiamo lanciato una non profit locale per formare e accompagnare i giovani interessati a investire in agricoltura facendo leva sul digitale.

Presidente e co-fondatrice di Yesaal (che in wolof significa innovazione) è Awa Caba, fondatrice di Sooretul, un e-commerce dedicato ai prodotti alimentari senegalesi.

La soddisfazione di aver creato un punto di riferimento nazionale per chi vuole lanciare nuove imprese nel settore agricolo e per il mondo agritech è tanta. Sono altrettanto orgogliosa di aver contribuito a creare opportunità lavorative per sei collaboratori.

Agritech: come distinguere progetti di valore dalla (tanta) fuffa che gira intorno a un concetto molto “sexy”?

Oggi l’Africa e il mondo sono pieni di iniziative di utilizzo della tecnologia in agricoltura e una delle sfide più grandi è quella di riuscirne a valutare l’impatto.

Prima di tutto è fondamentale essere sul terreno, per poter capire come questi progetti riescono a coinvolgere veramente gli utilizzatori finali. Da questo deriva l’impatto reale sul settore primario.

Ci sono tanti progetti affascinanti sulla carta ma che falliscono perchè privi di una conoscenza delle necessità dei contadini: inutile dire che tutte queste iniziative non superano mai la fase iniziale di finanziamento da donatori.

L’altro lato della medaglia è che questo gran parlare di agritech ha consentito a molti giovani africani di interessarsi di agricoltura lanciandosi nel settore con molta più libertà e creatività del passato.

Fino a pochi anni fa lavorare in campagna era percepito solo come un mestiere tradizionale, faticoso, poco remunerativo e da cui scappare a gambe levate.

Elisabetta, Awa e Asmaa (da dx)

Di cosa ti occupi oggi?

In questi anni ho lavorato come consulente di organizzazioni internazionali (FAO, GIZ, ecc.), specializzandomi sull’agritech e la promozione dell’imprenditoria agricola.

Nel 2019 ho deciso di svoltare realizzando un’idea nata diversi anni fa.

Precisamente nel 2015 quando ho frequentato African Summer School a Verona conoscendo Asmaa Kherrati. Entrambe avevamo il desiderio di promuovere esperienze di turismo legate al mondo rurale, rispettivamente quello del Marocco per Asmaa e quelle senegalese nel mio caso.

Qualche mesi fa abbiamo deciso di fare sul serio e, insieme alla comune amica Awa, abbiamo aperto la società qui a Dakar.

Enjoy Agriculture è la prima startup digitale che promuove l’agriturismo in Africa offrendo esperienze con piccole realtà locali: corsi di cucina, trasformazione alimentare, apprendimento di tecniche di agricoltura sostenibile, permacultura e molto altro.

Il nostro obiettivo è stimolare un nuovo tipo di turismo che permetta di scoprire il continente africano attraverso le sue tradizioni agricole e gastronomiche, valorizzando la ricchezza delle pratiche agricole tradizionali e generando flussi di reddito nelle campagne.

Come primo passo, mentre ultimiamo la piattaforma, abbiamo aperto “Enjoy Home“, Bed & Breakfast a Fann Hock dove accogliamo i nostri ospiti con i migliori prodotti gastronomici “made in Senegal”.

Qual è la difficoltà più grande del vivere in Senegal?

Sei sempre sospeso tra due mondi. Gli affetti, i sapori e i colori che fanno parte del tuo contesto di origine da un lato. E un’altra terra dove, nonostante il passare gli anni, devi sempre rimetterti in gioco.

Tutto questo è necessariamente un processo difficile. So bene che non potrà mai essere completo.

Riuscire ad accettare questa dualità con serenità e rassegnazione non è facile. Può dare tanta energia e positività a volte, ma anche un malessere costante e incompreso.

Si tratta di trovare quell’equilibrio che permette a tutti di vivere la propria vita accettando le sue contraddizioni e ingiustizie, tenendo duro sui propri obiettivi.

Per il momento, nonostante la fatica, ce la sto facendo 🙂

Come (e dove ☺) ti vedi tra dieci anni?

Non ho un’idea precise su cosa farò tra dieci anni. So che continuerò a dedicare le mie energie per una causa. Il percorso che ho intrapreso non mi consente di arretrare.

Potrei essere in Africa come altrove. Non è importante il posto, ma ciò che fai.

Sono sicura che, anche se non sarò più in Senegal, manterrò forti legami con questa terra e valorizzerò la mia esperienza per continuare a connettere idee e persone.

Un libro che consigli per avvicinarsi al Senegal?

Nessuno. Prendete un aereo, preparate lo zaino e venite a trovarci!

Due occasioni per conoscere di persona Elisabetta e ascoltare la sua esperienza:

  • Venerdì 22 Marzo, ore 16.00 a Torino presso il Campus Luigi Einaudi, Lungo Dora Siena 100 (Aula D5) per un intervento insieme alla socia Awa Caba e a John Kariuki, Vicepresidente della Fondazione Slow Food
  • Lunedì 25 Marzo, ore 18.00 a Milano per Africa Talks 2019 all’Auditorium San Fedele. La tavola rotonda, moderata da Elisabetta, sarà dedicata al ruolo dell’innovazione come strumento per valorizzare le sottospecie locali e creare interesse per un’agricoltura strumento per valorizzare le conoscenze locali e lottare contro l’insicurezza alimentare. Tra i relatori Awa CabaJohn Kariuki, James Kung’u (Kenyatta University, Nairobi), Hervé Pillaud (scrittore e co-fondatore Digital Africa) e il giornalista Stefano Liberti.

 

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