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5 lezioni che ho imparato dagli africani

cosa ho imparato dagli africani

Nel post di oggi voglio raccontare qualcosa di molto personale, che parte dalla domanda ricorrente:

Martino, ma come mai ti sei fissato con questa Africa? Cosa ci trovi di tanto speciale?

Il mio interlocutore, di solito, si aspetta una risposta che includa il “bene che posso fare in Africa” oppure “il Mal d’Africa” legato alla natura stupenda. Altre volte si immagina conquiste galanti.

Quando rispondo:

Mi interesso di Africa per la quantità di cose che ho imparato dagli africani

suscito di solito questa espressione:

Anche se è dura ammetterlo, la Storia ci ha lasciato uno sguardo etnocentrico che deforma tanti discorsi verso il mondo africano

Si pensa solo a DARE, con un attivismo assistenzialista ancora da fardello dell’uomo bianco”, senza mettere in discussione una struttura delle relazioni internazionali ancora impegnata a PRENDERE. Pensare ad uno SCAMBIO, economico e culturale, pare così un vero tabù.

Ne parlavo con Michele Luppi, giornalista e curatore di Africaeuropa che notava:

Sono tante le persone, anche molto impegnate nel ‘sociale’, che mai hanno letto o mai leggerebbero un libro di un autore africano, semplicemente perché non ne vedono alcuna utilità.

Personalmente ritengo di aver costruito la mia visione del mondo anche grazie agli spunti raccolti viaggiando, vivendo e lavorando in Africa sin dai miei anni universitari.

Prima di cadere in altri equivoci, NON sto dicendo che:

  • tutti gli africani, in quanto tali, siano dei “maestri di vita”
  • il processo di arricchimento culturale avvenga a senso unico
  • i bianchi siano brutti&cattivi e i neri belli&buoni (stile “buon Selvaggio“)
Provo qui a elencare le cinque lezioni di vita che ho appreso dagli africani. Ti ringrazio se mi lasci un tuo commento in fondo al post.
cosa ho imparato dagli africani

1. La curiosità è una virtù

In Occidente l’atteggiamento fondamentale verso l’altro è l’indifferenza. O l’ostilità preventiva.  

In Africa lo sconosciuto suscita INTERESSE, è un punto di domanda. È vero, le pratiche tradizionali di ospitalità sono oggi ridimensionate o deformate nelle grandi città dove, a volte, lo straniero può diventare un semplice pollo da spennare.

Personalmente ho spesso trovato grande curiosità verso la mia storia e i motivi che mi avevano portato ad essere a Nairobi, Accra o Freetown. Anche in interazioni casuali, come quelle che possono avvenire in un autobus, ristorante o ufficio pubblico.

L’Africa “ci guarda” infinite volte di più di quanto “noi” guardiamo l’Africa. Uno sguardo che spesso idealizza, a torto, l’Occidente. Ma ci osserva.

Un esempio (provocatorio): quanti tassisti italiani seguono la politica africana? Beh, non saprei dire quante volte sono finito a parlare (ahimè) di politica italiana con autisti di taxi e minibus africani.   

Poco alla volta ho cercato di adottare anch’io uno sguardo curioso verso tutti, anche chi incontro casualmente. Facendo un bilancio, sinora ne ho tratto più VANTAGGI (anche molto concreti, a volte) che danni. E tu?
 
cosa ho imparato dagli africani

2. Le persone al primo posto

Penso che chiunque abbia un po’ di spirito critico può osservare come una delle origini della generalizzata sofferenza psichica sia aver messo in cima alla scala delle priorità individuali il DENARO.
 
Dopo aver vissuto in Kenya ho lavorato per una multinazionale di consulenza. L’atmosfera che respiravo in una parola? INFELICITA’.  Passavo le giornate a stretto contatto di dirigenti che, monetariamente, non se la passavano certo male. Il loro problema? Lavoravano esclusivamente per i soldi. Ed erano tra le persone meno felici che abbia conosciuto. Anche loro, come un qualunque impiegato, contavano le settimane che li separavano dalle ferie.
 
Il mondo africano, generalizzando all’estremo, mette al centro della motivazione per agire le PERSONE. Persone concrete, non le grandi cause ideali radicate nel pensiero occidentale (capaci di creare analoga infelicità di chi mette al centro il denaro… con l’unica differenza che si hanno le tasche vuote! Paradossale situazione che ho trovato, in alcuni casi, nel settore della cooperazione e del non profit).
 
L’economia informale, vera spina dorsale del continente, si basa su comportamenti che massimizzano la RELAZIONE con il gruppo (es. famiglie allargate, comunità religiose, tontine) come strategia di sopravvivenza in contesti in cui sarebbe troppo rischioso farne a meno.
 
Sono declinazioni del concetto di UBUNTU (comune umanità) che, come sottolineava Nelson Mandela, significa che:
se concluderemo qualcosa al mondo sarà grazie al lavoro e alla realizzazione degli altri
 Cosa ho imparato da questo? Che il denaro non può essere un FINE ma solo un MEZZO (peraltro importante). Lezione fondamentale per la mia salute psichica quanto segreto di molti successi imprenditoriali. Sei d’accordo?

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3. Determinazione e creatività, ogni giorno

Non è bello da dire ma l’uomo della strada, in Occidente, è convinto che buona parte degli africani vivano di aiuti internazionali. Insomma, di elemosina. Il preconcetto che gli africani “lavorino poco” è profondamente radicato. Quante volte hai sentito dire “in Africa sono le donne a fare tutto, gli uomini sono tutti pigri”.   

Non sto dicendo che non ci siano (purtroppo) tanti ragazzi che si perdono nell’alcolismo o nel gioco d’azzardo (ma succede solo in Africa?)  

Piuttosto avere a che fare con microimprenditori, artisti, aspiranti maratoneti, studenti lavoratori e fondatori di Startup (uomini e donne, di tutte le età) mi ha restituito un loro tratto in comune: la DETERMINAZIONE nel voler migliorare la propria situazione.

Certo, non sempre con un metodo efficace o con la piena padronanza degli strumenti utilizzati. A volte senza la capacità di trovare una sintesi tra il proprio progetto e le forti pressioni del contesto sociale (es. famiglie allargate di cui sopra, funerali, matrimoni, festeggiamenti di ogni religione, ecc.).

Ma è in Africa che ho capito l’importanza di coltivare concretamente un tuo sogno personale, per cui valga la pena di impegnarti ogni giorno con la CREATIVITA’ di intraprendere nuove strade.

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4. Essere adulti vuol dire rischiare

Un grave male dell’Italia è la PAURA DI FALLIRE. Senza accorgerci, cresciamo paralizzati da un contesto che focalizza troppe energie sull’evitare a tutti i costi di farsi male.

Le società africane, nella loro giovanile esuberanza, hanno un rapporto diverso con il RISCHIO. Ai riti di iniziazione tradizionali (incentrati sul concetto che non sei un adulto se non superi alcune prove, a volte estremamente pericolose o dolorose) l’Africa urbana ha sostituito (o ibridato) altre pratiche.

Tra queste, in alcuni contesti, l’emigrazione in cerca di fortuna: da una città all’altra, nei paesi limitrofi e infine fuori dall’Africa (non solo verso l’Europa).

Ma non è mia intenzione parlare di migrazioni. L’ho già fatto in passato per dire che solo agevolando percorsi di spostamento circolare sarà possibile superare la trappola della “marmellata proibita” creata dall’Europa.

Piuttosto cosa ho imparato respirando questa vibrante energia?

Che per diventare adulti è centrale accettare la possibilità di fallire, assumendosene in prima persona la RESPONSABILITA’ senza perdersi nell’accusare gli altri.

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5. Dio esiste, ma non sei tu

Un ultimo aspetto che mi sento di aver imparato osservando la vita di tanti africani riguarda il rapporto con il mondo. Noi Occidentali viviamo con l’illusione di essere i PROTAGONISTI della Storia.

Senza pensarci, finiamo a discutere animatamente di politica internazionale, macroeconomia o fenomeni sociali su cui non abbiamo alcuna possibilità di azione.

La stragrande maggioranza degli africani che ho conosciuto sono accomunati dalla:

  • grande FIDUCIA (fin troppa agli occhi occidentali) verso il soprannaturale (in tutte le varie denominazioni del divino praticate spesso in modalità sincretica)
  • parallela CONSAPEVOLEZZA di contare poco o nulla nei confronti della grandezza del mondo e della natura

Quest’ultima lezione è quella che mi ha aiutato, gradualmente, a prendere coscienza dei miei limiti personali. Ad uscire dalla convinzione di dover “salvare il mondo”. Rendendomi conto di essere, alla fine, soltanto un essere umano.

Come vedi credo che ci sia da imparare dall’Africa, che potrebbe davvero un giorno “venire in soccorso dell’Occidente” come suggerisce il provocatorio saggio di Anne-Cécile Robert

Ma l’Occidente ha collettivamente poco interesse a farlo, perchè significherebbe mettere in discussione un sistema di privilegi acquisiti. 

Per questo credo che una delle componenti chiave della trasformazione dei rapporti (sia culturali che, di conseguenza, economici) arriverà gradualmente dalle DIASPORE.

I “nuovi italiani” originari dell’Africa (come di altri continenti) consentono con più facilità di dare un volto al mondo non europeo. Così come le avventure dei giovani “emigranti” italiani in Africa (che racconto anche sull’omonima rubrica di Africa Rivista) fanno percepire che la realtà è più complessa degli stereotipi del passato. 

Lo capiremo ancora meglio studiando (anche) la storia africana, includendo nelle nostre letture qualche libro di grandi intellettuali africani e ascoltando di più gli africani per capire COSA VOGLIONO e in definitiva cosa si può FARE INSIEME.

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This Post Has 2 Comments
  1. Bel post. Condivido tutto quello che hai detto. Dal mio primo viaggio in Uganda, la cosa più bella per me è stato essere accolta anche da tutti e da persone che avevano poco ed erano disposte a condividerlo con me. Quello che mi hanno dato in termini di lezioni di vita è molto più di quello che le persone spesso danno qui. Si vive per lavorare qui e ci si dimentica che la vita è fatta di persone, relazioni e condivisione e non solo di denaro. Concordo sul fatto che l’africa ci osserva e noi guardiamo solo il lato brutto dell’Africa. Bel blog e molto utile, speriamo tanti italiani cambino idea su come vedono il continente africano!

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