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Tolo Tolo” ha portato tutti gli italiani al cinema. Anch’io, la prima sera di questo 2020, sono andato a vederlo in un cinema del Cuneese.

Non lo nascondo: non mi è piaciuto.

Non ci trovo nulla da ridere, nè penso abbia senso attribuirgli meriti nel “superare i luoghi comuni” o “combattere il razzismo“.

Mi hanno detto:

Non ti piace perché non capisci la sua ironia.

Chiariamoci sui termini. Secondo il Treccani l’ironia è:

la dissimulazione del proprio pensiero (e la corrispondente figura retorica) con parole che significano il contrario di ciò che si vuol dire, con tono tuttavia che lascia intendere il vero sentimento.

Ora, il nuovo film di Checco Zalone è ironico solo a metà. Nella prima parte.

Il resto ha connotati confusi e, a mio parere, grotteschi.

Ma vediamo prima i tre spunti che mi sono parsi genuinamente ironici e, a loro modo, comici:

1. L’Italiano emigrante

Il nostro è un Paese che dimentica i suoi cittadini una volta che vanno oltre i confini nazionali. La comunità italiana nel mondo è vastissima. Oltre cinque milioni di italiani residenti all’estero e ben sessanta milioni di persone con avi italiani!

E continuiamo ad uscire (scappare, dipende dai punti di vista) dall’Italia.

Anche verso “l’Africa”, basta guardare cosa si dice ogni giorno nel nostro gruppo Facebook

2. La burocrazia, le tasse e la corruzione

L’italiano dentro e fuori l’Italia maledice l’enorme pressione fiscale, si lamenta della burocrazia irragionevole, vero freno per chiunque voglia creare ricchezza, della facile corruzione e l’orrida abitudine a premiare per clientele anzichè per competenza.

Fin qui Luca Medici fa riflettere. Ironicamente.

3. Il consumo onnivoro e acefalo

Checco vestito firmato dalla testa ai piedi dice molto su un aspetto poco sottolineato dalla grancassa mediatica:

l’Italia consuma moltissimo e produce sempre meno.

Come evidenzia Luca Ricolfi nel suo ultimo libro, in Italia abbiamo ormai più mantenuti che lavoratori. Produciamo sempre meno ricchezza, che invece viene ereditata. Consumiamo senza freni e i cittadini, in particolare se anziani, bruciano nel gioco d’azzardo 101,8 miliardi di euro l’anno (dati 2017).

L’equivalente di quanto lo Stato spende in sanità. Ci sarebbe da vergognarsi (e preoccuparsi seriamente per il futuro).

Ma veniamo ai motivi per cui ritengo questo film grottesco.

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La seconda parte si gioca sul contrasto tra l’opulenza disgraziata, le maniere rozze e ingenue di Checco e “l’Africa” di cui fa esperienza durante un fantomatico viaggio della speranza via deserto, Libia e Mediterraneo.

Ecco i motivi per cui questo film, a mio avviso, lascia il tempo che trova. Quantomeno non fa evolvere l’immaginario, vecchio e stantìo, che gli italiani hanno dell’Africa e degli africani.

1. L’Africa come Paese

Il problema di questo film è che è conservativo. “Tolo Tolo” è una pellicola satirica. L’ironia di cui si serve ha bisogno di elementi contrastanti. Un elemento dominante e una sua opposizione, un suo contrario.

L’elemento dominante è l’Italia e il suo contrario è un’Africa mediana, approssimativa, da sfondo, molto “italiana” e provinciale. Un grande open space tra villaggi turistici e villaggi tribali. E con essa gli africani e i loro corpi.

Ma perché mostrare l’Africa e gli africani come “il contrario”? Perché farli apparire anche qui così deformi e lontani dalla realtà?

Nella sua “ironia” il film non scalfisce la convinzione italiota che “in-Africa-c’è-la-guerra”. Tanto è stupido pensarlo (7 Paesi su 54), quanto è criminale non far mai riflettere su perchè ci sia la guerra.

Un esempio per tutti, chi ha portato la Libia nel caos? O per tutti: chi vende armamenti alle parti in guerra?

La guerra invece resta sempre qualcosa di organico, fisiologico, al continente. Una caratteristica molto “africana”.

2. Antirazzismo a chi?

Il presunto messaggio “antirazzista” di Zalone non ha nulla di emancipativo, nulla che critichi alla base le convinzioni in ghisa dell’italiano medio che, anzi, rimangono belle comode. Vengono normalizzate.

Addirittura ci ride sopra.

Ma non è una risata amara, non ci sono occhi che brillano, nulla di nuovo, nessuna crisi, spaccatura o conversione. Tutto è un deja vu. Ci pensano ogni giorno i mass-media. Le continue pubblicità delle ONG da pornografia del dolore.

C’è già abbastanza da sentirsi oltraggiati.

Questo film è solo altro materiale da aggiungere al mio schifezzometro.

3. Africano sempre straniero, ultimo, diseredato…

Nessuno si chiede perchè un film sull’immigrazione abbia tra i protagonisti proprio quel tipo di stranieri (richiedenti asilo da Paesi africani) che tra gli stranieri in Italia sono assoluta minoranza.

La piccola percentuale di ingressi irregolari via mare è certo aumentata negli ultimi anni ma non da giustificare nè le urla all’invasione nè l’altrettanto insensato appello “accogliamoli tutti”.

E poi sui gommoni non arrivano solo neri! Tuttaltro.

Tra le prime nazionalità dichiarate da chi è sbarcato lo scorso anno troviamo la Tunisia (23%), poi il Pakistan (10%) e, dopo la Costa d’Avorio (10%), Algeria, Iraq, Bangladesh e Iran (27% in tutto).

Insomma, per quale strano motivo noi cittadini italiani afrodiscendenti dovremmo subire ogni volta questa manipolazione costante e cattiva sulla nostra pelle?

Un’attenzione spasmodica, molesta, a tratti ridicola e totalmente ingiustificata. Non me ne curerei se non assumesse connotati oltraggiosi. Il razzismo diventa la foglia di fico con cui si nasconde una totale mancanza di rispetto collettiva.

Si sfruttano corpi, storie, Paesi, popoli, abitudini trasmettendo a rete unificate bugie, menzogne e falsità, mercificando la sofferenza di uomini e donne considerate meno uomini e meno donne di altri come mero prodotto di consumo per la propria ignoranza, ipocrisia e vanità.

Fa comodo anche alle altre comunità straniere in Italia, ben più numerose, essere adiacenti ad una categoria considerata dalla maggioranza “più stranieri di altri” perché altrimenti la questione “razzismo” non uscirebbe soltanto associata agli “africani”, ai “neri”.

Non si capirebbe altrimenti perchè l’“immigrato”, “la risorsa”, la “prostituta”, il “mendicante”, il “povero”, lo “scansafatiche” abbia sempre uno e un solo colore della pelle.

Il termine razzismo non è sufficiente a definire questo oltraggio quotidiano che si trova a sopportare chiunque abbia origini africane.

È tempo di finirla. Tutto questo non diverte più e io, personalmente, ne ho le scatole piene.

4. Fascismo fuori posto

Interessante sarebbe stato trovare un film satirico con due giovani emigranti italiani nel mondo di cui uno dei due ha origine cinese, filippina, oppure rumena, algerina, ugandese, ghanese, turca, israeliana, brasiliana o siriana.

Sarebbe stata l’occasione di portare davanti al grande pubblico un’idea diversa di cosa significhi essere italiani all’alba della seconda decade del XXI secolo.

E invece restiamo fissi negli anni Cinquanta del secolo scorso. Non parlo dell’epoca fascista o liberale. Loro il continente africano lo conoscevano. Lo hanno invaso.

Motivo per cui considero fuori luogo i rimandi al fascismo in “Tolo Tolo”.

Troppo facile parlare di fascismo e del suo “superamento” (in assenza di fascismo) quando l’oltraggio si sedimenta sull’ignoranza, finto universalismo, ipocrita e colpevole solidarietà tra gli uomini o patetico e bipolare amor patrio.

E di questo si alimenta il populismo tanto di destra quanto di sinistra.

In Italia, di fatto, nessuno vede l’Africa nella sua complessità. Come nessuno è capace di vedere la Cina, l’India, il Brasile, l’Europa e il mondo.

Siamo, e restiamo, un Paese provinciale.

5. L’odiosa feticizzazione del bambino africano

Come non poteva commuovere il solito bambino nero!

Sempre deumanizzato e trattato alla stregua di un bambolotto che suscita idee di salvezza. Come se stare tra i suoi cari, nella sua città, nella sua famiglia, sia sempre qualcosa in meno rispetto alle “magnifiche sorti e progressive” che può offrirgli il Belpaese!

Il personaggio di Dudù recita bene la sua parte di bambino carino e ubbidiente, svolgendo una funzione puramente decorativa.

6. “Nati dalla parte fortunata del mondo”

Onestamente con la canzone finale della cicogna “strabica e mignotta” il film giunge al grottesco. Non voglio spenderci parole.

Chi non capisce perchè è offensiva e la definisce istruttiva è rimandato a Settembre.

È una trovata di pessimo gusto, ma è il degno finale per quello che resta solo un cinepanettone.

Tolo Tolo

Un film per un Paese sempre più dissociato dalla realtà

Insomma, “Tolo Tolo” è un film molto italiano. Un film da boomer, da vecchi, come è ahinoi il nostro Paese.

Non solo perché sono loro ad avere “li sordi” ma anche perché sono loro a tenere bloccato lo sguardo verso il mondo, di cui l’Africa e gli africani fanno parte.

Luca Medici fa (tanti) soldi su una questione che non merita una satira incompleta e imprecisa. Non è figo scherzare su quello che non sai o non vuoi sapere. “Tolo Tolo” incassa perché senza concorrenza. Non c’è scelta.

Anche perchè, nella “società signorile di massa”, è dura portare alla ribalta cose davvero nuove.

Ma il nuovo avanza comunque.

Non sarà funzionale agli interessi di chi da anni ci mangia sopra. Ma ci sono sempre più cittadini italiani di origini diverse e italiani sparsi nel mondo (anche in Africa!) che, per fortuna, hanno lenti diverse da quelli dominanti “a casa nostra”.

Zalone non è razzista, non è sovranista, non è anti-razzista. È solo stupido. E con tutta probabilità lo sa anche.

Tanto in Italia paga. Perché quando si parla di “africani” come lo si intende nel Belpaese è solo per incassare e scappare.

Ma questo lusso non possiamo più permettercelo.

Sono un cittadino italiano con radici familiari in Uganda. Come tanti altri, in Italia, lavoriamo, facciamo lavorare, ci sposiamo, facciamo figli, abbiamo preoccupazioni, opinioni politiche, cerchiamo come tutti la felicità e con essa facciamo i conti anche con qualche fastidio.

L’unica difesa contro il mondo è conoscerlo bene.

Altrimenti, non si va lontano.

Anzi, ci si fa del male.