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Nel continente africano sono attivi 618 hub tecnologici per startup, con una crescita di quasi il 50% dai 442 del 2018.

Un nuovo rapporto, realizzato da Briter Bridges di Dario Giuliani (già guest blogger qui su vadoinafrica.com) con GSMA Ecosystem Accelerator, mette in luce la rapida trasformazione in corso negli ecosistemi tecnologici africani.

Innovazione africana: universo in movimento

I fronti dell’innovazione africana continuano a prendere velocità, con un numero crescente di storie di successo, round di finanziamento sempre più ampi, la quotazione di Jumia a Wall Street, e un generale crescente ottimismo, nonostante le tante sfide.

Il rapporto definisce “tech hub” come:

organizzazioni con indirizzi fisici che offrono supporto e servizi per gli imprenditori tecnologici.

Nel conto sono dunque inclusi incubatori, acceleratori, centri di innovazione universitari, makers space e co-working.

Il quadrilatero dell’innovazione africana

Nigeria e Sudafrica si confermano gli ecosistemi africani più avanzati, con rispettivamente 85 e 80 hub tecnologici attivi. La megalopoli di Lagos, in particolare, è la città con il maggior numero di spazi (40, di cui due in partnership con Google e Facebook), mentre Western Cape, Gauteng e Durban sono il fulcro della scena tecnologica sudafricana.

Il Kenya, già consolidato hub tecnologico dell’Africa Orientale, conta 48 spazi, non solo nella capitale Nairobi.

L’Egitto, con 56 hub attivi, è posizionato come snodo tra l’ecosistema africano e quello mediorientale. Il Cairo, tra le più grandi megalopoli globali, ospita diversi tra i principali fondi di Venture Capital, tra cui Algebra Ventures, A15 e Sawari Ventures.

Un ecosistema sempre più capillare

Anche se le prime 10 città africane, complessivamente, ospitano oltre il 40% degli hub attivi a livello continentale, la mappatura evidenzia che tante città secondarie stanno emergendo come nuove culle di innovazione.

I paesi francofoni dell’Africa Occidentale, per esempio, risultano come gli ecosistemi tecnologici a più elevata crescita continentale. Due importanti VC attivi in ​​Africa (Orange Digital Ventures e Partech Partners) hanno aperto una sede a Dakar.

In Costa d’Avorio ci sono oltre 20 tech hub, mentre anche in Mali (14) e Togo (13) si possono cogliere segni di un dinamismo prima sconosciuto.

Anche città secondarie come Kumasi (Ghana), Bulawayo (Zimbabwe), Lubumbashi (RDC) e Mombasa (Kenya), complice il rapido incremento dell’urbanizzazione e il miglioramento dei sistemi educativi stanno creando il tessuto necessario per sostenere la crescita di ecosistemi tecnologici locali.

Negli scorsi mesi si sono visti eventi come il Mogadiscio Tech Summit in Somalia e la Kinshasa Tech Week, segnali di un ecosistema capillare nonostante le sfide tra cui l’accesso stabile all’elettricità, connettività dati ancora a costi proibitivi, competenze e capitali ancora scarsi nonostante la vigorosa crescita degli ultimi mesi.

Incubatori africani

Non è tutto oro quel che luccica

Nonostante un quadro in indubbio miglioramento, gli attori chiave degli ecosistemi africani sottolineano la necessità di un consolidamento e di una maggior collaborazione.

Esistono già oggi alleanze tra hub (Afrilabs è la più vasta con 150 membri in 45 Paesi, stanno nascendo reti locali come Innovation Support Network con 75 membri in Nigeria, Flat6Labs che unisce hub tecnologici nell’intera regione MENA o ASSEK in Kenya), ma esistono ampi margini di miglioramento in termini di programmi condivisi e conversazioni più strutturate tra stakeholders.

Oltre 150 spazi attivi nel 2016 hanno oggi chiuso bottega. Questo denota la scarsa maturità degli ecosistemi e la sfida a trovare business model differenti dai grant internazionali.

Il grande “peccato originale” dell’Africa, ovvero la frammentazione in 54 Paesi differenti, si traduce in ostacoli e difformità normative che complicano la vita a chi cerca di espandersi a livello regionale o continentale.

Iniziano a vedersi iniziative bottom-up come i4Policy che, coinvolgendo oltre 100 hub, prova a proporre protocolli e misure al settore pubblico. Simili processi hanno portato alla recente adozione di vere e proprie “normative per startup” in Tunisia, Senegal e Mali.

Nel tempo, la differenza la farà la capacità di tutti gli attori (a partire da donor e investitori) di intensificare il dialogo con le realtà esistenti anzichè spendere soldi nell’inventare l’acqua calda.

Per farlo, un buon punto di partenza è il gruppo Facebook VADOINAFRICA NETWORK: 6.500+ iscritti che coprono tutto il continente, impegnati in una continua conversazione costruttiva. 

Per conoscere meglio l’ecosistema startup africane, consiglio l’ultimo numero di AFRICA & AFFARI con miei ampi contributi.