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Di Africa, sui media italiani, si parla poco e soprattutto male.

Con due rilevanti eccezioni:

le tragedie e le iniziative di solidarietà.

Uno strabismo che rinforza luoghi comuni

L’aspetto più problematico di questo martellamento è che rafforza due credenze più diffuse di quanto si pensi:

1) l’Africa è un “Paese” caratterizzato da povertà, fame e tragedie “ataviche”.

2) gli africani sono dei parassiti di scarsa intelligenza, dediti a vivere di elemosina.

Quante volte ho sentito affermare con sicumera, anche da persone impensabili:

sono tanti anni che li aiutiamo ma hanno sempre bisogno di noi.

Senza dettagliare il sistema predatorio con cui l’Africa è parte del sistema economico mondiale (export di materie prime, import di prodotti finiti), è sufficiente girare per una qualsiasi città africana con un po’ di curiosità per rendersi conto della falsità di queste narrazioni dicotomiche.

Accra Ghana

Accra (Ghana) by night

No, gli africani non vivono di carità. Nè sognano tutti di trasferirsi a Pizzighettone o Noventa Vicentina (le prime due località che mi sono venute in mente).

Si fanno un gran mazzo e stanno diventando, poco alla volta, più forti.

In primo luogo perchè sono società giovani e traboccanti di voglia di fare e di mettersi in gioco.

Insomma, un po’ il contrario del Belpaese…

La risposta africana a Coronavirus

Un esempio di questo strabismo mediatico verso il continente è, a mio avviso, l’attuale ossessione sul Coronavirus.

Vedo parlare dell’Africa solo con titoli della serie:

Coronavirus. L’Africa tiene il mondo con il fiato sospeso.

oppure:

Il vero dramma è l’Africa!

o ancora:

Africa, sorvegliata speciale.

Non sono un epidemiologo e non sono qui per fingere di esserlo.

Piuttosto, vorrei farti riflettere su come nessuno si prenda la briga di raccontare il resto del quadro.

Per esempio che, a fronte di soli due laboratori presenti a inizio epidemia nel continente in grado di effettuare la diagnosi, oggi ce ne siano 24 laboratori.

Oppure evidenziare come l’Africa abbia un’accresciuta capacità di gestire un agente patogeno, rispetto a pochi anni fa, acquisita dolorosamente durante l’emergenza Ebola nel 2013-14.

Last but not least, osservare che non è facile alimentare il panico in un continente che si confronta ancora con focolai di malattie a dir poco temibili come la peste in Madagascar (letalità 10-70%), Ebola in RDC (50-90%), la febbre Lassa in Nigeria (15-50%) o la febbre gialla in Uganda (5-50%).

Non serve un Nobel per capire perchè un virus simil-influenzale con letalità del 2% (concentrata sugli ultraottantenni) passi sottotono in un continente di teenager che rischiano ogni giorno la vita per malaria, HIV, infezioni intestinali, TBC, parto o altre apparenti “banalità” come un’appendicite non curata.

La verità è che, in quanto a visione del futuro e realismo nell’affrontare il rischio connaturato all’essere vivi, l’Africa batte l’Europa dieci a zero.

Il pericolo dell’illusione eurocentrica

Continuare a guardare il continente più giovane del mondo come ad un palcoscenico dove dare libero sfogo alle gesta dei “Salvatori” di turno ha fatto il suo tempo.

Benefattori, filantropi, “donatori-di-un-sorriso”, “una-goccia-nelloceano”, fanno parte del secolo scorso. Si muovono su schemi che sono sempre meno accettati da controparti e opinioni pubbliche locali.

In assenza di un cambio di direzione le vittime di tutto ciò saranno, in prospettiva… gli Occidentali stessi.

Mi spiego meglio.

Non ho nulla contro la sincera attenzione verso chi soffre. A Nairobi come a Roma. A Kinshasa come a Tokyo, Bucarest o New York.

Anzi, un buon risultato del timore per Coronavirus potrebbe essere il renderci conto che, in fondo, siamo tutti sulla stessa barca.

Non c’è cinese, africano o arabo che tenga: tutti siamo sempre più connessi e vulnerabili.

E sempre più spesso ci capiteranno situazioni come quelle di queste ore. Amici e contatti africani che mi chiedevano:

Come state a Milano? Siamo in pensiero per voi!

Oppure visti negati a turisti o emigranti europei nel mondo. Anche “in-Africa”.

Il rischio dello strabismo mediatico verso gli africani è, piuttosto, l’autoreferenzialità che si porta dietro.

Un piano inclinato che raggiunge il suo parossismo nelle “gare di bontà” di chi è afferma:

noi li aiutiamo davvero a casa loro!

Scagliandosi di volta in volta contro i “finti profughi” o altri competitor della solidarietà.

Non ci vuole molto per infilarsi in una folle rincorsa a “patentini di eticità” che derivano, di volta in volta, dal non pagare stipendi (o pagarne più bassi di altri), dall’aver scavato più pozzi, salvato più bambini, curato più malati…

Continuando a mistificare il contesto complessivo, gli sforzi affrontati con dignità della gente comune, le numerose eccellenze locali in campo economico e creativo.

Africa coronavirus

Quanti sanno che esistono 400 aziende africane con fatturato superiore al miliardo di dollari?

O che le rimesse inviate dagli emigranti africani nel mondo valgono il doppio degli “aiuti”?

Il nostro sguardo reso corto dalla sazietà e dalla paura ci nasconde un continente innovativo e in crescita.

Come ben sottolinea Achille Mbembe, gli africani sono stati costretti, vincolati da circostanze esterne:

ad innovare nei modi di essere, di pensare e di fare le cose. Mettere di nuovo insieme e riparare ciò che è stato spezzato – corpi, strumenti, istituzioni e sistemi simbolici – è diventata la [nostra] vera condizione per sopravvivere.

Achille Mbembe

Senza un radicale cambio di sguardo sull’Africa e sugli africani, che parta dal riconoscimento della dignità storica del continente che è la culla della (comune) umanità, l’Europa perde infinite opportunità di collaborazione costruttiva, tanto in campo economico quanto culturale e sociale.

Finchè ci vediamo come il centro dell’universo, taumaturghi della sofferenza e dei mali dell’umanità, campioni insindacabili di altruismo, rischiamo solo di raggiungere un unico risultato certo:

diventare sempre meno rilevanti a livello globale.

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