Lasciare il continente europeo per un’esperienza lavorativa africana (non soltanto nella cooperazione internazionale) è un’esperienza in grado di cambiarti la vita.

Ma l’Occidentale che si avventura a queste latitudini sembra predisposto a commettere alcuni grossolani errori culturali, fonte di infiniti malintesi e recriminazioni.

Ho provato ad elencarne quattro, generalizzando due anni trascorsi in Burundi grazie alle conversazioni con amici e colleghi di altri Paesi africani.

Lo scopo? Aiutarti a commettere quantomeno altri errori 🙂

Per ogni dubbio o curiosità ti aspettiamo nella community di Vadoinafrica

1. Arrivo io e spacco tutto

Lo pensiamo tutti in fondo.

Partendo per “l’Africa” crediamo di arrivare un luogo mitico-magico dove non c’è stato niente prima di noi. Dov’è tutto da fare.

Siamo in fondo convinti di portare il Verbo e (diamine, quanto odio questa frase):

mostrare che esiste un altro modo di lavorare.

L’unica verità è che dovrai, prima di tutto, fare una tremenda fatica per provare a capire qualcosa delle dinamiche locali.

In ogni Paese o regione la quotidianità segue schemi differenti. Percettibili ma inspiegabili. Come si gestiscono i rapporti di lavoro? E quelli personali? Quali sono le dinamiche profonde della società?

Qui in Burundi (come ovunque nel mondo) la gente ha le idee piuttosto chiare su come eseguire ogni attività. Idee piuttosto diverse dai manuali universitari. A volte scientificamente sbagliate. Poco cambia che si tratti di edilizia o di sanità.

Sono convinzioni profondamente radicate grazie all’esperienza di vita.

E queste idee nascono da una dettagliata conoscenza del contesto, che ha consolidato determinati modi di risolvere le sfide del vivere.

Resilienza, va di moda dire. E allora tutte le tue buone idee e buona volontà andranno a farsi benedire.

Se sei un “cooperante” sei lì, in teoria, per rispondere a un bisogno. Idem se vuoi aprire un business (pure più difficile capire per cosa potrebbero davvero pagarti).

Chi è del luogo ha molto più chiaro di te di cosa ha bisogno e per cosa metterà eventualmente mano al portafoglio.

Le risposte devono dunque essere appropriate. Altrimenti non sono risposte e finirai solo a sbattere il muso contro un vetro.

2. Parlare (fare) tanto e ascoltare (osservare) poco

Forse sarebbe opportuno rendersi conto che culture distanti dalla propria non possano essere “comprese” nella loro complessità ma solo sperimentate e vissute.

Imparare ad ascoltare prima di giungere a conclusioni affrettate è, a mio parere, uno dei pochi modi per trovare qualche risposta ai tanti interrogativi.

Un proverbio Barundi afferma:

lento è il modo migliore di fare le cose.

Un altro dice:

poco alla volta l’uccello ha fatto il suo nido.

Cerca di comportarti così. Mettendo da parte l’irruenza per avvicinarti alle nuove situazioni sempre e comunque in punta di piedi.

Altrimenti potrai farti (tanto) male.

3. Criticare e lamentarsi

Se non farai qualche sforzo per cambiare il tuo punto di vista questo è l’errore più banale ma anche il più distruttivo.

“Gli africani sono lenti”, “non hanno idea di cosa sia il lavoro”, “Questi non hanno un’etica” sono solo alcune delle frasi che troppi pensano alla prima esperienza africana.

Qui a Ngozi, dove vivo da due anni, ho dovuto tenere alcuni corsi di formazione per il personale sanitario. Ho pensato di impostare le lezioni in modalità dialogica e interattiva.

Il risultato?

Una scarsissima partecipazione. La classe mi guardava con occhi sgranati o, peggio, fissavano per terra quando li interpellavo.

Per alcuni colleghi la spiegazione era semplice: “questi qui non capiscono niente”, “non hanno spirito critico”, “non gliene frega niente”, ecc.

Mettendo invece in discussione la metodologia, ho scoperto di ignorare un importante dato importante. In questo contesto incoraggiare un dialogo “alla pari” con il docente va in conflitto con la norma sociale di non interrompere nè dissentire mai dall’insegnante.

Particolare non secondario, avere la pelle bianca significa portarsi dietro significati e retaggi coloniali che, di norma, tengono lontani i tuoi interlocutori da franchezza ed eventuale dissenso.

Ho così scoperto le virtù della classica lezione frontale. Per discutere, al termine della spiegazione, il modo migliore risultava accordarsi con un opinion leader della classe così da coinvolgere dalla propria parte un’autorità riconosciuta da tutti capace di incoraggiare gli altri ad intervenire.

Un altro piccolo esempio. Da queste parti al ristorante ci mettono tanto tempo per servirti, è vero. Ma è davvero un problema così grave o è più proficuo iniziare a godersi la serata con amici e colleghi?

Appetito a parte, uscire dalla tipica frenesia occidentale può risultare la cura più salutare a tanti possibili malintesi.

Con gli studenti di Farmacologia dell’Università di Ngozi

4. Occhio al linguaggio

Rapportarsi ad altre culture diventando “lo straniero” deve condurre per forza ad una riflessione su come l’altro possa avere un linguaggio e un’architettura del pensiero differente.

Peraltro, l’altro, quello “sbagliato”, questa volta sarai proprio tu!

Modi di relazionarsi che possono sembrare l’ABC delle relazioni sociali potrebbero mettere a disagio il tuo interlocutore.

Un altro esempio vissuto. Dovevo sdoganare un container e un collega locale ha iniziato a manifestare grande preoccupazione in merito alle procedure, mettendo in luce come un mio errore avrebbe prodotto gravi conseguenze per il suo lavoro.

Io, sicuro al 100% del mio operato, ho pensato bene di dimostrandogli, documenti alla mano, che non aveva nessuna ragione di preoccuparsi.

Poi ho capito che non cercava prove. Solo la comprensione delle ragioni della sua inquietudine. Aveva bisogno di vedere un mio sforzo di immedesimazione nella sua situazione. Comprendere che in un contesto politico-istituzionale fragile come questo un mio errore potrebbe davvero avere effetti negativi sul suo posto di lavoro.

Ogni mio “non preoccuparti” aveva solo l’effetto di delegittimare i suoi timori.

La via d’uscita per superare l’impasse? Sottolineare esplicitamente di conoscere le gravi conseguenze che sarebbero potute derivare da un mio errore prima di spiegare, ancora una volta, di aver seguito la procedura in dettaglio.

In generale affrontare i “problemi”di petto, partendo in quarta e facendo tabula rasa non ti aiuterà mai a cavarne qualcosa. Piuttosto per affrontare un discorso conviene girarci prima un po’ attorno.

Qui nella zona dei Grandi Laghi, ma in generale al di fuori del mondo occidentale, essere diretti viene preso come un segno di poca discrezione, ai confini di quella che potremmo definire “aggressione”.

Uomo avvisato, mezzo salvato.

Foto dal profilo FB dell’autore.