A Febbraio ero a Kigali (Rwanda) per Africa Tech Summit, evento dedicato alle opportunità tecnologiche nel continente africano. 250 partecipanti da tutto il mondo: Africa, Europa, Asia e USA.

Mi ha colpito un fatto: ero l’unico italiano.

Una sorpresa relativa. Nel Belpaese regna una tragica “isteria collettiva” rispetto all’universo con cui confiniamo: l’Africa.

Complice anche la più becera campagna elettorale della storia Repubblicana, dire “Africa” significa ormai saltare schizofrenicamente tra due discorsi (NB. il primo non esclude il secondo):

Come respingere l’orda?

aiutiamoli a casa loro

L’africano (giovane e maschio) è il simbolo di una minaccia atavica e oscura. Si pensa che tutto il continente, in preda ai “conflitti etnici” e alla miseria più squallida, non veda l’ora di venire in Europa dove distruggere ogni cosa (e ovviamente violentare tutte le donne bianche).

Sono tanto carini e bisognosi: aiutiamoli!

aiutiamoli a casa loro

Nei decenni ampie parti del mondo associativo italiano (di varia matrice ideologica) hanno dato vita, in maniera inconsapevole, ad una potente narrativa pietistica del continente.

Costruire pozzi, scuole e ospedali è ovviamente un’opera meritoria. Che ha portato sollievo alle sofferenze di popolazioni dimenticate dai propri governi garantendo tra l’altro agli italiani una buona reputazione ai quattro angoli dell’Africa (assai migliore di quella di francesi e inglesi, ad esempio).

Ma è un approccio che, per forza di cose, ha necessità di evolvere (attenzione, non sto invitando chi agisce con un sincero spirito di compassione a non farlo più!)

Restare bloccati (mentalmente) sul paradigma dell’aiuto significa, alla fine, assegnare agli africani il ruolo di simpatici gingilli con cui solleticare il proprio ego di “Salvatori Bianchi“.

Cambia sguardo per non perdere il treno!

Non ho certo la pretesa di “risolvere” il rompicapo delle migrazioni (alcuni spunti li ho lanciati qualche mese fa con questo post). Nè di smontare le falsità dell’adagio “aiutiamoli-a-casa-loro“.

Piuttosto vorrei aiutarti a decolonizzare lo sguardo, superando gli stereotipi secolari e le fandonie vomitate H24 dai mass-media, per aprirti nuove prospettive di senso e di futuro.

Se ti levi gli “occhiali coloniali” potrai intuire cosa significhi avere di fronte 1.200 milioni di persone, in larga parte giovani, intraprendenti fieri dell’essere africani.

aiutiamoli a casa loro

Ricchi e poveri. Onesti e disonesti. Simpatici e antipatici. Proprio come te e me… e qualsiasi altro popolo al mondo. Nulla di più, nulla di meno.

In sostanza un universo di possibilità per chi ha la curiosità e la voglia di entrarci in relazione con spirito imprenditoriale, improntato all’ascolto e al rispetto reciproco (senza questi due ingredienti non è impresa ma predazione, uno sport purtroppo ancora molto diffuso a quelle latitudini, con campioni stranieri e locali…).

Oltre a proporre il “Made in Italy” alla classe media in crescita, ci sono infinite potenzialità di investimento sul territorio, anche esplorando la gamma delle possibili contaminazioni in campo culturale e creativo.

Creare valore in Africa è complesso, faticoso, ma non impossibile. Partire in piccolo può consentire di capire i bisogni di nicchia, spesso molto particolari.

VueTel è un’azienda di telecomunicazioni, fondata nel 2008 da Giovanni Ottati, fino a quel momento manager in Telecom. Partendo da un’installazione in Burkina Faso, oggi fattura 130 milioni con un’infrastruttura di rete indipendente rivolta al continente.

Tutte le filiere agroalimentari nascondono enormi opportunità (35 miliardi di dollari di cibo vengono importati ogni anno in Africa!) e la tecnologia sta trasformando ogni settore.

L’Africa ha il più alto tasso di propensione imprenditoriale al mondo e, tra pochi anni, diventerà comune vedere acquisizioni di società italiane o europee da parte di aziende africane (proprio come è diventato la norma lo shopping cineserusso o arabo).

aiutiamoli a casa loro

Il fondo USA che ha appena acquisito Italo-NTV è del nigeriano Adebayo Ogulensi (foto sopra). Il servizio scommesse di RCS-Gazzetta è di proprietà della kenyota BitPesa. E il nigeriano Aliko Dangote, l’uomo più facoltoso del continente, ha espresso più volte l’intenzione di acquistare il Manchester United.

Insomma, mentre noi perdiamo tempo (e denaro) per discutere di “casa nostra/casa loro“, mentre i mass-media terrorizzano i pensionati con i “crimini rituali nigeriani“, il mondo del futuro si sta costruendo ogni giorno davanti a nostri occhi, istericamente chiusi dalla paura del diverso e dalla scarsa curiosità che porta a etichettare 1,2 miliardi di persone come “bisognosi”.

Come fare quindi?

Non ci sono ricette semplici, ovviamente. Nè scorciatoie al duro lavoro e all’assunzione del rischio imprenditoriale senza cui, nella vita, poco si ottiene.

Nutro scarse speranze che il “Sistema Italia” (ministeri, ambasciate, camere di commercio, ecc.) arrivi ad offrire un vero supporto a chi vuole fare impresa in/con l’Africa. Spero di sbagliarmi, ovviamente.

Ma la storia del Belpaese non è quella della Francia. Le nostre istituzioni sono lente, inefficienti e sospettose verso l’iniziativa privata. Se vuoi muoverti (e non devi aspettare anni a farlo!) ispirati piuttosto ai libanesi (che hanno creato imperi dal nulla in Africa Occidentale) o agli stessi giovani imprenditori africani.

Gente che non aspetta che tutto sia a posto per provarci. Che non si accontenta di scambiarsi biglietti da visita negli hotel climatizzati delle capitali. Che non aspetta l’incentivo o il grant per partire. Piuttosto inizia in piccolo, alzando il cu*o dalla sedia per esplorare in prima persona i mercati. Imparando meticolosamente la cultura, le lingue, i gusti dei propri clienti.

Un aiuto in questo sforzo può arrivare dalle diaspore, ovvero dal milione abbondante di africani residenti in Italia. In gran parte arrivati negli anni ’80 e ’90 (quando ancora era possibile viaggiare legalmente), sono spesso ben inseriti socio-economicamente nei territori. Sono ponti preziosi per accelerare la conoscenza del continente e capire cosa si può fare insieme.

Se n’è parlato sabato a Milano al convegno promosso da Otto Bitjoka, dove era forte la determinazione delle diaspore di contribuire alla creazione di un futuro comune.

Questa stessa prospettiva è al centro dell’interazione di Vadoinafrica: Networking Group, community di oltre 2.800 persone accomunate dalla volontà di creare valore tra Italia e Africa al di fuori di dinamiche predatorie e assistenzialiste.

Manchi solo tu. Entra e presentati!