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Silvia Romano è finalmente libera.

Una bella notizia che, in un Paese serio, non necessiterebbe di ulteriori spiegazioni.

Complice anche l’incomprensibile spettacolarizzazione del suo rientro, è nata una gazzarra mediatica di cui nessuno sentiva il bisogno.

Un insperato ring per politici e media sempre in cerca di distrazioni di massa.

Se scrivo queste righe, è solo per dare una spinta a superare il triste spettacolo di ignoranza e retorica che esplode ogni santa volta che, in questo Paese farsesco, si parla di Africa.

Per suggerire di guardare più lontano e segnalare, in chiusura, uno strumento prezioso.

Il disagio di professionisti (e dilettanti) dell’odio

Come già avvenuto con Carola Rackete, la figura di Silvia è diventata il parafulmine di becere offese e messaggi d’odio che sono il tragico segno dell’impoverimento culturale ed economico in atto, non da oggi, nel Belpaese.

Silvia Romano
“I social hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli” (Umberto Eco)

Uomini di mezza età e coetanei che si accaniscono su una ragazza reduce da un anno e mezzo di prigionia in condizioni inimmaginabili.

Uno spettacolo squallido.

Un festival di maschilismo da (decadente) bar di provincia. Con un’ansia di etichettare, normare e controllare che tradisce ben altre paure che, evidentemente, non si ha il coraggio di guardare in faccia.

Chi si è precipitato a riempirla di insulti improvvisandosi esperto di Somalia, Islam, cooperazione, servizi segreti, geopolitica dovrebbe fare una sola cosa:

tornare a scuola.

Anche perchè, nel suo disagio, non è manco capace di distinguere il proprio oggetto estemporaneo di odio da un profilo social omonimo.

Suvvia.

Quando andremo oltre volonturismi e migranti?

Se i beceri attacchi a Silvia Romano non meritano ulteriori attenzioni, se non da parte di Prefettura e Polizia Postale, questa vicenda potrebbe essere lo spunto per ragionare su un tema di più ampio respiro:

come vogliamo relazionarci con l’Africa?

Un tema, di enorme peso geopolitico, economico e sociale, che non può essere lasciato alla banalizzazione del discorso di media che considerano naturalmente l’argomento “Africa” terra di azione di neolaureati allo sbaraglio e pensionati di buona volontà.

Superare una buona volta le deliranti esaltazioni intorno alla figura eroica del “volontario” e delle mille micro-associazioni fai-da-te, spesso prive della cultura del rischio e dell’impatto sociale, è il passo, doloroso ma necessario, per attivare una fase di relazioni più mature con questo continente.

Silvia Romano
IG: @barbiesavior

Sto ovviamente generalizzando.

“Africa” è un termine assai generico che indica 54 Stati e 1,3 miliardi di persone:

Kenya, Nigeria, Uganda, Senegal, Marocco, Somalia, Ghana, Sudafrica…

Tante differenze, alcune similitudini.

Tra queste l’incapacità, per gran parte degli europei, di identificarli su una carta geografica.

Oltre a questo la convinzione, più o meno radicata, che si tratti di un posto dove:

  • farsi un bel safari o andare al mare d’inverno
  • mettere in conto un’esperienza di volontariato con i bambini-poveri-ma-sorridenti
  • aiutarli a casa loro così poi, magari, non “migrano” a casa nostra
Silvia Romano
L’Africa secondo gli americani (alphadesigner.com). In Italia è forse peggio…

Nell’immaginario dell’Homus Italicus (a partire da media e classe dirigente), le 1.300 milioni di persone con la “sfiga di nascere” (Zalone dixit) da quelle parti sono accomunate da una sola cosa:

hanno bisogno del nostro aiuto.

Ecco, questa stupida semplificazione delle sfide sociali, ambientali e istituzionali del continente è l’elefante nella stanza che dovremmo iniziare a nominare per una co-operazione o, forse ancora meglio, un’inter-relazione all’altezza delle sfide che ci aspettano.

Anche perchè, a maggior ragione con Covid-19, è ogni giorno più evidente che l’Africa non è affatto senza speranza.

Verso nuovi scenari

La mia esperienza nel continente africano inizia, nel 2006, proprio in Kenya.

Alla stessa età di Silvia Romano ho avuto l’occasione di abitare per un anno in un quartiere periferico di Nairobi e di lavorare (come ricercatore) in diverse altre zone del Paese.

Silvia Romano
Dopo un’intervista a Riruta, Nairobi (2008)

Un’esperienza che mi ha fatto crescere personalmente e professionalmente. Aprendomi gli occhi sull’energia e la vitalità comuni a queste latitudini. Iniziando a notare alcune importanti distorsioni del nostro immaginario.

Negli anni successivi ho lavorato, sia in ambito di scambi universitari sia come consulente, con una decina di altri Paesi africani.

Avrò conosciuto centinaia, forse migliaia, di persone. Professionisti, imprenditori, studenti, docenti, artisti, intellettuali ma anche autisti, venditrici ambulanti, guardie giurate e camerieri.

Simpatici e antipatici, ricchi e poveri. Come ovunque al mondo, del resto.

Tendenzialmente accomunati da un atteggiamento mentale:

la voglia di fare e uno sguardo fiducioso verso il futuro.

Questa costante mi ha convinto, nel 2017, della necessità di aprire vadoinafrica.com.

Se non vogliamo trasformarci in un rissoso ospizio, dobbiamo andare oltre le lenti moraleggianti che ancora limitano le tante forme di relazione costruttiva con questo continente.

Silvia Romano
Africa (Lina Iris Viktor)

Per capirci, mi riferisco a quel livello di scambi bi-direzionali (dall’Italia al Paese X e viceversa) che sarebbe opportuno, innanzitutto per il futuro dell’Italia, rendere più solido:

  • seria conoscenza culturale e linguistica
  • scambi studenteschi e tirocini professionalizzanti in azienda
  • relazioni win-win tra imprenditori, professionisti, artisti e creativi
  • sinergie tra le comunità emigranti e bi-nazionali

L’Italia, a suo modo, ha diverse carte in regola (geografia e cultura, in primis) per diventare un ponte euro-africano.

Per farcela, serve innanzitutto la voglia di alzare lo sguardo.

Lo facciamo, ogni giorno, nel nostro gruppo Facebook privato.

Troverai una Community, gratuita e collaborativa, che cambierà per sempre il modo con cui guardi (e dunque come agisci) rispetto a questo continente.

Provare per credere.